POLITICA/STATO

NAPOLEONE
GIORNALISTA
Primo uomo politico
a capire la forza
della comunicazione

ROCCO TANCREDI

Il 5 maggio di 200 anni fa moriva, nella sperduta isola di Sant’Elena, Napoleone Bonaparte oggi il personaggio più famoso al mondo (dopo Gesù Cristo) secondo Steven Skiena e Charles Ward. Il loro libro Who’s Bigger? nasce dalla creazione di un algoritmo che, setacciando il web, calcola la fama delle persone nel tempo. Sui libri di scuola abbiamo conosciuto il Napoleone generale, vincitore e sconfitto in molte campagne militari, Primo Console e, dopo il colpo di Stato del 1799, Imperatore. In questi giorni stampa e Tv stanno dedicando a questo personaggio storico notevole attenzione e molteplici approfondimenti. Nonostante questo, non viene adeguatamente evidenziato un altro aspetto di quest’uomo che, avendo conosciuto il potere della stampa durante la Rivoluzione francese, si fece giornalista.
Qui di seguito pubblichiamo il capitolo del libro “Napoleone giornalista, lungimirante ma interessato”, di Rocco Tancredi (Lupetti editore, 2013) che illustra la situazione della stampa in quegli anni rivoluzionari e i motivi per cui Napoleone si interessò concretamente di comunicazione. Primo uomo politico a capire la forza della stampa e della comunicazione per rafforzare il proprio potere.

LA STAMPA DURANTE LA RIVOLUZIONE FRANCESE

Il potere della stampa durante gli anni della Rivoluzione francese condizionò anche i successivi governi che temevano il risorgere di un altro Jean-Paul Marat o Jacques Hébert. Questa preoccupazione indusse Napoleone a varare leggi liberticide contro la libertà di stampa. Soprattutto dopo essersi incoronato imperatore (si posò da solo la corona in testa), alla presenza del papa Pio VII, del corpo diplomatico e di tutti i dignitari di Francia, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi. (2 dicembre 1804).
L’imperatore, dopo aver lanciato critiche feroci a giornali e giornalisti che si mostravano ostili al suo governo, decise di intervenire. Con un decreto del 1804, firmato dal ministro di polizia, Joseph Fouché, abolì ogni velleità di indipendenza dei giornali francesi.
Ma già qualche anno prima, durante le campagne in Italia (primo atto della nascita dell’impero napoleonico) e in Egitto, Bonaparte aveva manifestato chiaramente come intendesse definire i suoi rapporti con la stampa che sottopose, col tempo, al suo servizio. Una stampa che, sotto la Rivoluzione francese, aveva raggiunto importanti livelli di sviluppo e diffusione dopo il periodo in cui vigeva, dal 1723, un Codice che, nel proclamare la libertà di stampa, prescriveva regolamenti che determinavano, praticamente, la paralisi della produzione di ogni tipo di informazione (libelli diffamatori, pamphlet satirici, periodici, ecc.). Nascono però, nello stesso tempo, giornali clandestini con fogli manoscritti che il potere si sforzò di irreggimentare.
In effetti, negli otto anni che vanno dalla presa della Bastiglia al 1799 (escludendo i due anni del regime del Terrore 1793-1794 quando la ghigliottina riprende servizio anche con le teste dei giornalisti), soffia un vento di libertà che consente ai lettori di scoprire la possibilità di distinguere, scegliere, orientarsi politicamente. E anche di dileggiare il potere.
La Rivoluzione segna in Francia un periodo cerniera. E’ il periodo di tutte le libertà nonostante una censura che sussiste anche se a volte meno presente. E’ un periodo splendido per la diffusione dei giornali. Si raggiungono le 300.000 copie a Parigi, una cifra questa che si dimezzerà a partire dal 1792. quando inizia cioè la prima fase degli anni del Terrore.
Per meglio comprendere le paure e i timori dei governi napoleonici costituiti sotto le diverse formule del Direttorio, del Consolato e dell’Impero, sembra utile dare un pur rapido sguardo alla situazione complessiva della stampa francese dopo la Rivoluzione del 1789. Spuntano quasi duecento nuove testate, molte di loro hanno vita breve e non superano le cinquecento copie di diffusione. Ma è da segnalare che fra il 1792 e il 1794 a Parigi si vendevano circa trecentomila copie cui vanno aggiunte le ottantamila della provincia.
Nel periodo 14 luglio 1789 - 9 novembre 1799, in Francia furono pubblicati circa duemila organi di informazione di tipo diverso.
La lettura di questi fogli indica la nascita di una forma di partecipazione degli elettori alla vita politica nazionale. Sancita la libertà di espressione da parte dell’Assemblea, aumenta sia la diffusione dei giornali sia il numero dei lettori grazie ai “gabinetti di lettura”; nasce così il giornalismo politico e si struttura un’opinione pubblica.
Accessibilità economica e semplicità linguistica agevolano il sostegno ad un vasto movimento che aiuta a cambiare il concetto di politica e di opinione pubblica preferendo il giornale a discapito del libro.
Con la Rivoluzione francese si impone quindi un nuovo potere: la stampa. Ai lettori, ancora alle prime armi nella lettura dei giornali, essa fornisce opinioni già confezionate. L’informazione quotidiana allontana il pubblico da letture impegnative, che richiede un libro, gli fa assaporare il gusto e il piacere della lettura di quotidiani e periodici e lo fa avvicinare ed appassionare alle idee rivoluzionarie.
Possiamo anche registrare, dopo la "semi-libertà" del 1760 e la "libertà" del 1788, l'esplosione di testate giornalistiche, l'emergere di un pubblico affamato di notizie, la nascita di una stampa d’opinione che imbarazza i regimi perché recalcitrante a farsi sovvenzionare o a sostenere acriticamente le opinioni e le politiche dei governi .
Con la rilevante diffusione della stampa nacque, di pari passo con la libertà, un nuovo metodo per esprimersi: l’eloquenza politica che rese celebre un oratore geniale come Mirabeau, assieme a Vergniaud, Danton, Robespierre .
Molto presto, nelle Assemblee e nei Club, l’eloquenza si rivela un’arma a disposizione degli uomini politici per decidere sui più grossi problemi, per sconfiggere i loro avversari o per difendere i loro principi. Nella gran parte dei tribuni rivoluzionari ci sono giovani dal temperamento passionale il cui ardore lirico infiamma gli animi delle folle .
Questa nuova forma espressiva si impone nel decennio, che va dal 1789 al 1799. In tutte le sedute degli Stati Generali, trasformati in Assemblea Costituente e, durante la Convenzione, in Assemblea legislativa, l’eloquenza politica è rappresentata da brillanti e vivaci talenti. Nelle più memorabili giornate di lotta parlamentare fra i rappresentanti dei tre Stati essa fa sentire il suo peso politico: riesce ad imporre le proprie convinzioni a chi tenta di opporre resistenza, respinge le odi e si lega strettamente alla storia politica della Francia.
Prima della convocazione degli Stati generali, a Parigi si stampavano solo pochi periodici che pubblicavano, saltuariamente, annunci e notizie della Corte. Il solo giornale ufficiale, culturale più che strettamente politico, era il Journal de Paris.
Il 1789 è l’anno dei giornali che conquistano la libertà di stampa anche prima del 14 luglio (Journal des Débats).
Dopo la convocazione e l’avvio dei lavori degli Stati Generali i giornali registrarono un aumento eccezionale, in diffusione e vendite. Erano diversi dalle riviste letterarie o dalle prime gazzette pubblicate in Francia e molto utili alla propaganda rivoluzionaria, adatti per la mobilitazione e per il proselitismo ideologico, capaci di istruire politicamente i francesi a poco prezzo.
Il Journal des Etats Généraux, ad esempio, fu fondato prima della cerimonia di apertura degli Stati generali del 5 maggio 1789. Nel suo primo numero criticò la maniera poco amabile con cui Luigi XVI aveva accolto i deputati del Terzo Stato. Diventò subito la miccia incendiaria dei lavori assembleari con le sue 1200 copie giornaliere di tiratura. Il 7 maggio il governo lo fece sequestrare. Mirabeau cambiò titolo, formato e continuò a lanciare i suoi fulmini con “Lettres du conte Mirabeau à ses commettants” con cui riprese, fra l’altro, la battaglia per la libertà di stampa . Il conte Mirabeau fondò anche il Courrier de Provence, con le sue ottanta pagine che uscivano tre volte a settimana. Egli, che era considerato un antesignano dei giornalisti rivoluzionari, aveva fatto, in un certo qual modo, da apripista alla nascita di numerosi altri fogli che raccontavano puntualmente la cronaca degli interventi dei rappresentanti della nobiltà, del clero e del Terzo Stato.
Mirabeau fece parte di quella folta schiera di letterati che abbracciarono la carriera giornalistica, dopo la proclamazione della libertà di stampa. Alcuni di questi, durante la Rivoluzione, conobbero la repressione, la deportazione oppure, peggio ancora, fecero una fine violenta.
Tutte le opinioni, con le diverse sfumature, erano rappresentate da questa nuova stampa francese. Secondo un contemporaneo i giornalisti erano equiparati ai pubblici ministeri: indagano, denunciano, decretano, assolvono e condannano. Ogni giorno occupano una tribuna. I luoghi per ascoltare, o meglio seguire, questi oratori costano poco, solo due soldi, cioè il prezzo del giornale.
Popkin rivela che in questo periodo rivoluzionario il giornalista si libera dalla soggezione nei confronti della cultura più nobile ed elevata, conquista l’orgoglio, la dignità e la presunzione di svolgere un ruolo unico, insostituibile ed esclusivo di orientamento e direzione delle grandi masse.
Si sviluppa così un prodigioso e fenomenale movimento di idee con una stampa che si prende la sua libertà anche prima della seduta del 26 agosto 1789 quando cioè l’Assemblea costituente proclama, con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini”, la libertà di espressione.
Alcuni studi sull’influenza dell’informazione in Francia, prima della Rivoluzione, rivelano come quei giornali abbiano contribuito a far perdere fiducia nella monarchia, nonostante le misure censorie . Molti periodici stampati all’estero, e quindi illegali per il governo, erano spesso diffamatori, pornografici, salaci, dirompenti .
Nei fatti, dal 1789 al 1792, l’informazione condizionò il dibattito pubblico, poiché la lettura dei giornali era considerata una consolidata forma di partecipazione attiva degli elettori alla vita politica del Paese.
La sua influenza si estese sempre più tanto da poter considerare i giornali come una forza importante nella società dell’epoca. L’informazione esercitava la sua azione nel formarsi delle opinioni e nel dibattito politico. Si trattava di un nuovo fenomeno nel processo di formazione di una politica democratica. Ispirava il dibattito sostenendo una visione morale della politica per costruire una vera democrazia attraverso forme di partecipazione anteponendo il dovere ai diritti .
La Rivoluzione, con la diffusione della stampa, influenzò anche la letteratura francese: chiuse i salotti letterari, che avevano una capacità indiscutibile nella divulgazione delle opere, modificò i programmi degli studi, li riorganizzò costituendo il “Comité de l’Instruction publique”, istituì le “Ecoles centrales” introducendo materie quali l’economia politica, l’igiene, le arti e l’artigianato, il disegno e la pittura, le lingue antiche e moderne.
La scuola contribuì a far crescere di molto il numero dei lettori, composto soprattutto da piccoli borghesi, operai autodidatti i quali, quando necessario, scesero in campo per difendere la libertà dei giornalisti.
Si affermò così un nuovo potere: il giornalismo. Orientava le opinioni nel campo letterario e politico. Il giornale si rivelò il vero erede di quella che era la forza dei Salotti letterari del XVIII secolo, quei circoli cioè frequentati da intellettuali per discutere di letteratura, arte, poesia e buon gusto e che, dopo l’apertura ai filosofi, divennero centri di propaganda delle nuove idee. Fu molto facile per i giornalisti, durante la Rivoluzione, dare suggerimenti al vasto pubblico – meno avveduto e con scarsa attitudine alla lettura - per la scelta di un determinato libro, per divertirsi, per non passare per imbecilli.
C’è da osservare che, all’indomani dell’apertura degli Stati Generali, Luigi XVI aveva ricordato a tutti i tipografi e librai il divieto di pubblicare giornali, non importa con quale denominazione o testata, senza la preventiva autorizzazione delle autorità.
Questo veto non poteva durare a lungo. La decisione del re aveva messo in grave imbarazzo i deputati che, per aggirare la censura, rendevano pubblico il contenuto dei dibattiti attraverso le loro “Lettres aux électeurs”.
Per superare questo stratagemma, messo in atto dai deputati, la censura tenta di reagire con ogni mezzo, ma deve prendere atto della volontà dei rappresentanti del popolo e abrogare il divieto di pubblicare le loro cronache e commenti sui lavori dell’assemblea.
I deputati ebbero buon gioco nel far affermare il concetto che essi costituivano il punto di avvio della battaglia per libertà di espressione, da intendere anche come stampa, riconosciuta dall’art. 11 della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei cittadini” del 26 agosto 1789.
Nel solco della Rivoluzione nasce quindi una stampa di opinione che si avvantaggia della libertà recentemente acquisita. Dall’estate del 1789 a quella del 1799 si assiste ad una notevole fioritura di giornali. L’offerta spazia dal pamphlet al vero quotidiano di informazione.
E’ il momento in cui la Rivoluzione francese mette in pratica i grandi principi della libertà di stampa che saranno la piattaforma delle rivendicazioni dei giornalisti in tutto il XIX secolo.
Naturalmente la tiratura di quei giornali è limitata. Stampare un giornale richiedeva molto tempo, per la lentezza delle macchine, anche se i costi erano bassi. Si pubblicavano poche copie perché non c’erano ancora imprese tipografiche (nasceranno nel XIX secolo) adeguatamente attrezzate per le grosse tirature.
Il giornale spesso era frutto di una sola persona che faceva il tipografo, il redattore, l’addetto alla diffusione, salvo alcune eccezioni di piccole imprese che potevano disporre di più macchine e personale. In una di queste tipografie, più avanzate tecnicamente, con il torchio a vapore si stampava il Journal de Paris che arrivava a tirare anche le diecimila copie.
Difficile era anche la distribuzione. I giornali si vendevano con consegna a domicilio oppure per strada con gli strilloni. Si utilizzava la posta per far arrivare le copie in provincia.
Il sistema più comune per la vendita era la sottoscrizione di abbonamenti, le cui tariffe, abbastanza care, variavano secondo il numero delle pagine in base al quale si pagava una tassa, introdotta dalla Costituente, unica per tutto il Paese: per i quotidiani, otto denari a foglio; per una foliazione maggiore si pagavano dodici denari. Il Direttorio in ogni modo ridusse questo bollo sulla carta stampata.
Per aumentare le possibilità di lettura, e divulgare in maniera più ampia possibile idee, proposte, dibattiti e notizie, si ricorreva all’affissione o alla pubblica lettura nelle sedi di nuove associazioni, le “sociétés populaires” quando si cominciava ad ottenere un libero accesso all’informazione.
Nonostante la limitata diffusione – dovuta all’inadeguatezza delle tipografie costrette a stampare poche copie – durante la Rivoluzione francese la libera informazione era in grado di esercitare una consistente influenza nel dibattito politico a Parigi e in provincia. Si respirava un’aria nuova, si intravedevano i primi segnali di un pluralismo dell’informazione.
Ogni giorno spuntava un nuovo giornale. Ogni partito fondava la sua testata: i realisti, i costituzionalisti, i girondini, i giacobini, i cordiglieri, si lanciarono nell’avventura della nascita di nuovi fogli (molti dei quali ebbero però vita breve) alla conquista di nuovi lettori da impegnare nella lotta politica.
Tutte le formazioni e movimenti avevano il proprio giornale: Le Patriote Français, era il quotidiano ufficiale del Club dei girondini, Camille Desmoulins aveva il suo Le Vieux Cordelier, Marat disponeva di L’ami du Peuple; Le Père Duchesne, titolo che riprende il nome di un personaggio parigino, una macchietta sempre pronta a scagliarsi contro l’ingiustizia, apparteneva a Jacques Hébert; quest’ultimo era fra i più aggressivi nelle espressioni e negli attacchi agli avversari politici. Era un trisettimanale che riusciva a diffondere anche ottantamila copie. Per la sua mordacità era un diretto concorrente del conte di Mirabeau e del suo Courrier de Provence , giornale che prese il posto, cambiando nome ma sempre di Mirabeau, di Les Etats Généraux, chiuso dalle autorità.
Ma c’erano anche La Chronique de Paris, diretto da Condorcet. Da ricordare anche il Journal des amis de la Constitution diretto da Pierre Chorderlos de Laclos. Il termine ”amico” ricorreva spesso nella scelta di una testata, come in L'Ami des lois diretto da François Martin Poultier e L'Ami du roi (dichiaratamente realista) diretto da Thomas-Marie Royou.
Fra i tantissimi giornali di quel periodo ci limitiamo a citare anche La Quotidienne (altro foglio che sosteneva le tesi dei realisti); Le Républicain diretto dal filosofo, matematico e politologo Condorcet e da Thomas Paine; Le Tribun du peuple; La Tribune des patriotes diretto da Camille Desmoulins, Le Petit Gautier, giornale controrivoluzionario, il Journal des Halles, La Chronique scandaleuse (ambedue realisti).
In questi anni si affermò quindi un fenomeno tutto nuovo: la proliferazione degli strumenti di trasmissione e diffusione degli interventi e dei dibattiti che si svolgevano nel corso delle sedute degli Stati Generali e, in seguito, dell’Assemblea costituente. Ci fu, come succintamente abbiamo ricordato, l’esplosione di un gran numero di giornali e periodici e la conseguente divulgazione delle opinioni espresse a più livelli.
Napoleone Bonaparte, consapevole di questa rivoluzione culturale, che aveva scosso la Francia e sovvertito anche i rapporti con le istituzioni e le classi sociali, non poteva in cuor suo sostenere e sopportare questa situazione esplosiva della libertà di stampa per governare e gestire il potere conquistato dopo le spedizioni militari in Italia e in Egitto.
La libera informazione, conquistata nel corso degli ultimi dieci anni dall’inizio della Rivoluzione, riprese a essere imbavagliata dopo il colpo di Stato di Napoleone del 18 brumaio (9 novembre 1799) allorquando ripresero gli interventi censori, tipici dell’Ancien Régime, che fecero diminuire anche il numero delle testate francesi che, nel 1800, scesero a 1350.
Fin da giovane era stato testimone, in epoca rivoluzionaria, dell’utilità della stampa. Aveva misurato il suo potere d’influenza sull’opinione pubblica, aveva calcolato la forza dei giornali trasformati in “quarto potere”.
Dinanzi a questo scenario, giunto al governo, Napoleone adottò un sistema che si rivelò vincente per le sue ambizioni politiche: più cresceva il suo potere più restringeva la libertà di stampa. Un boccone amaro per l’opinione pubblica. Una nuova categoria, questa, il cui termine entra nell’uso nel periodo rivoluzionario. E’ formata da cittadini che discutono nei “Salons littéraires” parigini o nei “Coffee house” londinesi che divengono le nuove palestre per un dibattito pubblico informandosi, leggendo i giornali, confrontandosi su fatti e avvenimenti che influiscono sulla loro esistenza.
Insomma il Primo Console, avendo percepito le tante trasformazioni alla base della formazione dell’opinione pubblica, memore del grosso potere nelle mani di un’informazione ricca di commenti sugli avvenimenti politici degli anni precedenti il colpo di Stato, cominciò ad intervenire sui giornali e sulla loro conduzione da parte degli editori, dei direttori e dei giornalisti.
Le accuse erano sempre le stesse, come un mantra: cospirazione contro la Repubblica, articoli provocatori che miravano alla restaurazione della monarchia e allo scioglimento del governo repubblicano. Tuttavia Napoleone, falsamente, mostra di assicurare la libertà di stampa salvo “i casi previsti dalla legge”: una clausola questa che gli consente di chiudere, a suo piacimento, i giornali ostili al governo.
La risposta liberticida che Napoleone diede a questo nuovo e alquanto imprevisto fenomeno sociale e politico, determinato dalla libertà di stampa, dopo il riconoscimento e la presa d’atto della forza dei diversi sistemi di informazione, possiamo leggerla e interpretarla nella sua decisione di farsi giornalista e direttore di giornali. Con un duplice obiettivo: censurare la stampa ostile e pubblicare nuovi giornali da utilizzare per la sua propaganda massiccia e continua.
Napoleone aveva annusato e percepito, in anticipo e bene, la trasformazione avvenuta nella società francese. Aveva colto un importante dato di fatto purtroppo sempre attuale. Una stampa, benevole e accondiscendente, poteva sostenerlo nel consolidamento delle sue ambizioni militari e politiche dal momento che essa mostrava nei fatti di aver assunto le dimensioni di una nuova guida dell’opinione pubblica.
Egli intendeva sfruttare questo nuovo processo culturale e politico regolato dalla stampa che riuscì a strumentalizzare a suo piacimento. Aveva conosciuto da giovane la potenza dei giornali e aveva deciso di metterli sotto stretto controllo per rafforzare la propria autorità che, nei primi anni della sua ascesa al potere, era ancora fragile e debole.
Si può ritenere che proprio la percezione, colta anzitempo, delle trasformazioni in atto nella formazione dell’opinione pubblica abbia indotto il generale Bonaparte a impegnarsi personalmente su un nuovo fronte, il mondo dell’informazione, sin dalla prima spedizione militare in Italia.
L’atmosfera soffocante imposta da Napoleone non poteva durare a lungo. Al momento della sua abdicazione e poi della definitiva caduta, ci fu una doppia evoluzione: da una parte proteste e richieste di libertà (che nessuno prima aveva difeso e avanzato) e, dall’altra, un riconoscimento tardivo di questa libertà da parte dell’imperatore.
Tuttavia appena dopo la fine dell’impero napoleonico si registrò un fenomeno, attuale anche ai nostri giorni: la disinvoltura dei giornalisti a cambiare casacca. Un esempio, fra i tanti, è quello di Charles-Joseph Panckoucke, prolifico editore e giornalista, proprietario del Mercure de France e La Gazette de France, con il sottotitolo Organe officiel du Gouvernement royal, (giornali che avevano sostenuto a spada tratta l’Ancien Régime) e, dopo la cacciata di Luigi XVI, il Moniteur napoleonico. La carriera di questo editore-giornalista si svolge interamente all’ombra del potere, qualunque sia, Ancien Régime, Rivoluzione, impero napoleonico e, infine, Restaurazione.
Vedremo quanto questo giornale fosse asservito, quale organ house, alla politica di Napoleone che lo aveva autorizzato, fra l’altro con esclusiva, a pubblicare gli atti del governo.
Caduto in disgrazia l’imperatore, durante la sua fuga dall’esilio dell’Isola d’Elba per tornare in Francia (febbraio-giugno 1815) per i famosi Cento Giorni, il Moniteur (nuova versione) fa ricorso a una titolazione violenta e molto sopra le righe, quando l’imperatore non era ancora lontano dalla capitale francese:
“L’anthropophage est sorti de son repaire” (L’antropofago è uscito dalla sua tana),
“L’ogre de Corse vient de débarquer à Golfe-Juan” (L’orco della Corsica è appena sbarcato a Golfe Juan),
“Le tigre est arrivé à Gap” (La tigre è arrivata a Gap),
“Le monstre a couché à Grenoble” (Il mostro ha dormito a Grenoble),
“Le tyran a traversé Lyon” (Il tiranno ha attraversato Lione),
“L’usurpateur est à soixante lieues de la capitale” (L’usurpatore è a 60 leghe dalla capitale).
Tuttavia appena sembrò realistica la sua ripresa del potere, anche se per meno di quattro mesi, i titoli del Moniteur cambiano di punto in bianco: “L’Empereur est arrivé à Fontainebleau” (L’imperatore è giunto a Fontainebleau), “Sa Majesté impériale a fait hier son entrée aux Tuileries acclamée par tous ses sujets” (Sua Maestà imperiale è entrato ieri alle Tuileries acclamata da tutti i suoi sudditi).
Questa vistosa e repentina piroetta della redazione consentì al giornale di conservare il privilegio, con lauti finanziamenti dello Stato, di continuare a pubblicare gli atti del governo anche dopo la Restaurazione. Aveva solo cambiato padrone!
Giovanni Gozzini ha rivelato che “Napoleone ha saputo dimostrare che giornali e giornalisti sono esposti e spesso interessati alla capacità di ricatto e di corruzione degli uomini politici che possono servirsene per i loro scopi” .
Nel corso della storia ci sono stati periodi, ancora oggi duri a morire, in cui il potere ha capito che, piuttosto che perseguitare i giornalisti, fosse meglio servirsi di loro e dei loro servizi. Napoleone è stato il primo a cogliere questo crescente atteggiamento. Anche se in ritardo. Quando governava non dava pace a editori e giornalisti, li controllava direttamente e da vicino. In esilio invece, all’isola d’Elba, in una lettera ad uno dei suoi estimatori, raccomanda di trattare con i guanti bianchi gli “hommes de plume”, i letterati, gli intellettuali e i giornalisti. Proprio coloro che, quando comandava, aveva tanto biasimato e disprezzato.