BLOG N.1

A 70 ANNI
GIULIANO
FERRARA
NON RICORDA
QUASI NIENTE.
AIUTIAMOLO
A RICORDARE
QUALCOSA...

BEPPE LOPEZ

 "Oggi ho settant’anni e il privilegio di non ricordare quasi niente..." scrive Giuliano Ferrara, brillantemente e suggestivamente autodescrivendosi. Come spesso succede, lo fa sul Foglio, il giornale da lui fondato nel 1996, da lui diretto sino al gennaio 2015 e graziosamente finanziato dalla collettività da un quarto di secolo. Perché, allora, non aiutarlo a ricordare qualcosa, di non irrilevante, della sua vita precedente?

Pubblichiamo, qui di seguito: 1) Un articolo sulla concezione del giornalismo, della politica e forse dei rapporti umani che Ferrara aveva già da neo-giornalista, neo-socialista (in salsa craxiana), neo-conduttore televisivo e neo-europarlamentare del Psi. Riuscii a pubblicarlo nientemento sull'Avanti! - organo del Psi già a dominanza craxiana - ma diretto da un compagno vero e collega intelligente come Roberto Villetti, mai stato e mai divenuto craxiano. Correva il settembre del 1990. L'articolo era anodinamente (e incomprensibilmente) titolato "Il giornalismo è in cerca di identità, non di modelli" - evidentemente per non dare troppo all'occhio - nella pagina degli "interventi". 2) Ammissioni e spudoratezze del Nostro, dal libro "Indecenti!" di Beppe Lopez, Stampa Alternativa 2013. 3) L'articolo autocelebrativo pubblicato oggi.

L’Opinione di Beppe Lopez: "IL GIORNALISMO E' IN CERCA DI IDENTITA', NON DI MODELLI", Avanti!, 16/17 settembre 1990, pag. 23 (Interventi)

Solo i fatti, i fatti separati dalle opinioni o le opinioni intrecciati ai fatti? Giuliano Ferrara non ha mai nascosto di essere spudoratamente per la terza via all'informazione: un ''giornalismo di tendenza, partigiano, combattivo e politicamente limpido, riconoscibile''. Ma adesso non sta più nella pelle. Ha letto sulla rivista americana ''Harper's'' un saggio di Christopher Lasch, accreditato come studioso di storia delle idee proveniente dalle file della ''Nuova sinistra'', che è un vero e proprio elogio dell'informazione faziosa, e ne è rimasto folgorato. Lo ha personalmente tradotto e proposto ad ''Epoca'', che lo ha pubblicato con una sua introduzione.
L'anchorman coglie l'occasione per una grande rivincita teorica e culturale su quanti lo additano, spregiativamente, come massimo esempio della faziosità e dalla manipolazione a fini di parte di notizie e informazioni. E mette in mezzo, fra gli altri, Lamberto Sechi (il ''signorile'' direttore storico del ''Panorama'' dei ''fatti separati dalle opinioni''), naturalmente Eugenio Scalfari (''le sue travolgenti passioni lo hanno portato molto vicino all'obiettivo di un giornalismo d'opinione serio'' ma ha il difetto delle passioni ''sbagliate'', cioè non condivise da Ferrara), Platone (che Ferrara consiglia a Lasch di utilizzare contro l'esangue giornalismo alla Walter Lippmann e alla ''New York Times''), Giorgio Bocca, Indro Montanelli e Alberto Ronchey (tre personalità positive perché ''arricchite dal pregiudizio'') e Beniamino Placido (che portando ''alla cultura anglosassone rispetto di studioso e confidenza di sentimenti'' dovrebbe, secondo Ferrara, abbandonare il lippmannisno e abbracciare il laschismo). Il minimo che si possa dire è che la lettura del saggio di Lasch e, soprattutto, dell'introduzione di Ferrara suggerisce numerosi interrogativi.
1) Ma non si diceva che questi giornalisti ''alla Scalfari'', invece di fare il loro mestiere e di dare informazioni, diventavano un ''partito irresponsabile'', con la loro pretesa di imporre le proprie opinioni e le proprie tendenze - o comunque, specifiche opinioni e tendenze - ai propri lettori, con combattiva e irriducibile partigianeria?
2) Davvero, una volta (ma quando? e dove? in Italia?), ''i giornali erano palestre per discussioni e vivevano dell'eloquenza, della passione e della grinta di chi li scriveva, erano un pilastro delle libertà civili e uno strumento di autogoverno'' mentre adesso (ma dove? in Italia?) ''da quando hanno cominciato a trasformarsi in bollettini e notiziari analitici, fitti di blandi pareri disinteressati, di expertises professionali ad uso del ceto burocratico, sono diventati veicoli dell'indifferenza e dell'ignoranza pubblica''?
3) Il nostro problema è proprio quello di essere assediati da ''genteel reformers'', che ci soffocano in un mare di giornalismo ''monocorde, piatto e indifferenziato''?
4) Ha un minimo di senso logico lanciarsi, qui ed ora - in quest'Italia intellettuale pasticciona, compromessa e forchettona, con le mani, le braccia e la coscienza sporche - contro un presunto giornalismo ''professione per esperti'', di tipo ''scheletrico'', dall'''eleganza mortuaria'' e dalla ''compostezza uniforme'', che opererebbe ''dietro lo schermo plumbeo di una presunta imparzialità di rito anglosassone''? Ma dove? A Roma, a Milano, a Napoli, nella ''Repubblica'' di Scalfari e Bocca, nel ''Corriere della Sera?'' di Ferrara, Piazzesi e Franchi, nel ''Giornale'' di Montanelli, Orlando e Caprara, nei Tg di Vespa, La Volpe, Curzi e domani di Fede, nell'''Espresso'' di Valentini e Pansa, nel ''Panorama'' di Mughini e Rodotà, nell'''Europeo'' di Feltri e Ostellino, nei giornali locali della Sicilia e del Veneto?
5) Dobbiamo proprio preoccuparci, qui ed ora - nell'Italia degli Scalfari e dei Forattini, dei Ferrara e degli Sgarbi, di Ustica e della P2, di ''Panorama'' e dell'''Espresso'', del pippobaudismo e del ''triangolo della morte' '- di un fenomeno per cui ''sacralizzando la notizia, l'abbiamo sterilizzata''?
6) Mentre cantiamo le lodi della de-ideologizzazione della vita politica e culturale, sul serio dobbiamo -ed e coerente? ha un senso? - guardarci da una devastante ''alluvione'' di notizie, analisi, testimonianze e cronache, e naturalmente opporci a una deprimente, noiosa e democraticamente pericolosa carenza di dialoghi, di confronti, di scontri, di duelli, di persone ''che non sprecano troppo tempo ad affettare equanimità''?
7) E ci si può rassegnare e, di più, si può prendere atto con serenità se non con compiacimento che ''una stampa disinteressata è un nonsenso''? Ed è vero, inevitabile che ''una stampa disinteressata sarebbe una stampa non interessante''?
8) E poi: ha un senso importare in Italia una valutazione per cui ''non è un segreto che i lettori sanno meno cose di una volta a proposito della vita pubblica''? Oggi meno di quando? dei tempi di Scelba e di Bernabei? dei quotidiani delle curie e delle associazioni industriali?
9) Ed è solo una provocazione intellettuale e una brillante stupidaggine o anche una comoda e pericolosa fuga in avanti affermare che ''il compito della stampa è incoraggiare la discussione piuttosto che offrire al pubblico l'informazione''? Nella traduzione ferrariana, questo significa che le notizie non sarebbero, come più o meno abbiamo ritenuto sinora, un insieme di parole con le quali si cerca di dar conto di un fatto o di descrivere una situazione, ma ''sono il prodotto della nostra capacità di porre domande al reale''. E l'importazione acritica, anzi massimalistica di queste tesi, di questo linguaggio, di questa pretesa sociologistica avviene, è il caso di ricordarlo, in una Italia priva pressoché totalmente di una tradizione giornalistica legata alla notizia; nella quale un ''mercato dell'informazione'' è stato scoperto e viene praticato da meno dieci anni a questa parte; nella quale si vendono ogni giorno meno di dodici copie di quotidiani ogni cento abitanti; nella quale la quasi totalità delle regioni può contare su un solo quotidiano-monopolio (per non parlare della loro qualità, utilità e ruolo politico-sociale) o non ha nemmeno un quotidiano; nella quale un'azienda di Stato ha operato da sempre in condizioni di monopolio per quello che riguarda l'informazione radiotelevisiva; nella quale l'intera rete d’informazione si regge su un'agenzia ''di bandiera'' monopolistica e legatissima ai finanziamenti governativi.
10) Possibile che tra coloro che pretendono di essere ''obiettivi'' e coloro che pretendono di imporre agli altri la ''verità'' non ci sia posto, nell'informazione, nel giornalismo per chi voglia fare questo mestiere usando onestà intellettuale e capacità tecnico-professionali, senza per questo essere tenuto in dispregio dai primi ed essere insultato dai secondi? Da un canto, infatti, si veicola criticamente il concetto di ''obiettività'' schematicamente attribuito a Lippmann, come se l'obiettività fosse cosa da uomini di questo mondo e come se dire che la democrazia ha bisogno di informazione equivalesse a dire che non ha bisogno di dibattito o ad escludere il dibattito (e non solo ovviamente come prodotto della conoscenza). Dall'altro canto c'è il concetto di ''verità'' arditamente e accanitamente sostenuto da Ferrara, al solito buttando il cuore oltre l'ostacolo, come se tutti dovessero credersi o credere ciecamente in padreterni possessori della verità o cinici manipolatori della retorica della verità. Per Ferrara, ''tertium non datur'': cioè non si potrebbe - come invece è chiaro a tutti che si può, come molti grazie al cielo fanno e come richiedono le esigenze del mercato e degli utenti lettori/telespettatori - più semplicemente e realisticamente concepire e praticare un'informazione, un sistema informativo nel quale i valori dominanti siano appunto l'onestà intellettuale e la professionalità (intesa come capacità tecniche e doti culturali) e ci sia spazio, insieme, per le notizie e le cronache, per le analisi e le inchieste, per le interviste e i commenti, per i fatti e le opinioni? O tutti dobbiamo essere per forza Scalfari o nemici di Scalfari? per forza Ronchey o pupilli di Ronchey? per forza Ferrara o Ferrara? per forza membri di un partito ''irresponsabile'' o di uno ''trasversale''? per forza fare i politici attraverso il giornalismo e i giornalisti attraverso la politica? Detto questo, si potrebbe aggiungere dell'altro. Si ha ad esempio l'impressione di un arrampicamento sugli specchi per giustificare qualcosa che nessuno a Ferrara - salvo che se stesso, evidentemente - ha chiesto di giustificare. Emblematico è il rapporto con lo scalfarismo: la sua teoria sembra trasudare scalfarismo (quello che lui intende, non quello ben più complesso che ha prodotto ''Repubblica'') da tutti i pori e poi deve contraddittoriamente prenderne le distanze. Definisce alla Sechi il proprio credo giornalistico - un giornalismo ''politicamente e limpido, riconoscibile'' - e poi deve insultare contraddittoriamente i ''fatti separati dalle opinioni''. Dice che ''dibattito e informazione non sono antagonisti ma complementari'' (come se qualcuno avesse detto il contrario); ma Lasch, affermando che ''la democrazia ha bisogno di dibattito'' (come se qualcuno avesse mai detto che la democrazia non ha bisogno di dibattito), aggiunge: ''non di informazione'', come se dell'informazione una cosa fosse certa e indiscussa: che faccia male alla democrazia. Così anche lui, Ferrara, che non può evidentemente essere banale, deve aggiungere che ''è l'informazione a scaturire dal dibattito, non viceversa'', come se qualcuno gli avesse detto che dal dibattito non può scaturire l'informazione (e nessuno glielo ha detto) e lui per ripicca affermasse non il contrario, ma un'altra cosa ancora: che due persone non possono dibattere su un'informazione. La verità è che Ferrara crede di dover giustificare il fatto che non gli va di fare il giornalista, e che le vicende e le relazioni della sua vita di figlio dell'alta borghesia intellettuale gli hanno consentito di mettere a frutto la sua cultura e il suo temperamento nel mestiere invidiato di opinionista e remuneratissimo di anchorman. Sembra alla ricerca di pretesti, meglio se culturali, per motivare il fatto che non gli va di stare lì a perdere tempo con le opinioni degli altri, ma di menare (e di poter menare) pugni e fendenti. E arriva persino a teorizzare che il suo giornalismo fazioso è anche il ''tentativo rischioso ma fecondo di persuadere gli altri scontando la possibilità di rimanere convinti noi, dagli altri''. Come se qualcuno lo avesse mai visto cambiare idea, da quando ha a che fare con giornali e Tv, e come – soprattutto - se uno, scrivendo un pezzo od occupando da solo un teleschermo, fosse in rapporto dialettico rispetto ai propri lettori e telespettatori. Ma faccia pure l'opinionista e il pugilatore, Ferrara: c'è posto anche per i Busi e gli Sgarbi, in questo paese, figuriamoci per lui. Faccia pure ciò che gli pare e che gli è consentito, dalle sue capacità, dalla sua eticità, dai suoi privilegi, dalle sue amicizie e dai suoi handicap (ne abbiamo tutti), ma consenta agli altri di fare altrettanto, di fare - se vogliono - i semplici cronisti e di scegliersi sport meno brutali della boxe. E, soprattutto, non senta il bisogno di giustificarsi.
Se invece la cosa fosse più seria, se cioè Ferrara - a prescindere dai vantaggi e dalle comodità che ricava da questa sua filosofia e pratica di vita - ritenesse sinceramente che la vita pubblica e il mondo dell'informazione siano e debbano essere un ring, sul quale prendersi continuamente a cazzotti, o comunque un campo di battaglia permanente da coprire di macerie, allora non si tratterebbe più di artificiose, retoriche e strumentali distinzioni tra ''faziosi'' e ''imparziali'', fra ''verità'' e ''obiettività'', tra ''opinioni'' e ''fatti'', ma di qualcosa di più serio.

AMMISSIONI E SPUDORATEZZE, Dal libro "Indecenti!" di Beppe Lopez, Stampa Alternativa 2013

“Naturalmente, dal secondo anno della fondazione, abbiamo il contributo dello Stato con il trucco della famosa Convenzione per la giustizia.. La legge dava una possibilità e noi l’abbiamo sfruttata, un trucco nel senso che non era un vero partito... Avevamo chiesto a due amici, Marcello Pera che faceva parte di centro-destra, senatore e Marco Boato, deputato del centro-sinistra, due persone amiche, due lettori del giornale, di firmare per il giornale, abbiamo fatto questa Convenzione... Un
escamotage legale, perfettamente legale...”. (il direttore del Foglio difende in qualche modo il metodo
attraverso il quale la sua testata si assicura un contributo pubblico annuo di 3,4 milioni di euro: la creazione di un movimento fittizio, anzi letteralmente inesistente denominato “Convenzione per la Giustizia”. Alle testate formalmente di “movimento”, per accedere a questi finanziamenti, bastava convincere due amici parlamentari a firmare una carta dove dichiaravano, pur eletti in altre liste e permanendo in altri gruppi, di appartenere al “movimento” di cui la singola testata si pretendeva organo. Naturalmente, non fu previsto alcun controllo sull’effettiva esistenza di un “movimento” o anche solo di una sede operativa, magari costituita da una camera con o senza wc. Naturalmente, era di pubblico dominio che la vita e l’attività di quei “movimenti” rimanevano circoscritte a quella dichiarazione di comodo. Naturalmente, non c’era la necessità che i parlamentari si dimettessero dai partiti nelle cui liste erano stati eletti e nei cui gruppi alla Camera o al Senato o a Bruxelles continuavano notoriamente a militare. Non c’era nemmeno l’obbligo formale di uscirne anche solo temporaneamente, anche solo per dieci minuti.

“Faccio gli auguri a Berlusconi: io gli darò il mio voto perché sono un giocherellone e mi sta simpatico. Lo voto, ma non mi faccio fregare dalle balle che racconta”. (il direttore del Foglio, 21 dicembre 2012).

“... Per un anno circa, tra la fine del 1985 e la fine del1986, tra i tanti lavoretti fatti da F. c’è anche quello di informatore prezzolato della Cia... F. ricorda ancora gli incontri, nella stamberga di Trastevere con il giovane sveglio e simpaticissimo agente americano... Qualcuno aveva corrotto F. e F. si lasciò corrompere senza troppi problemi... F. si profondeva in dettagli, analisi, interpretazioni: dalla parte di Craxi, dicendogli quanto era fico e quanto era occidentale. Dettagli molto apprezzati. Una specie di Radio Londra dall’interno del paese più complicato del mondo. Il frisson, il brivido, c’era già a far quattro chiacchiere con l’amico americano, ma tutto cambiò, in meglio, quando cominciarono a offrire qualche dollaro, poca cosa perché mi spiegò, l’amiko, che la legge Gramm-Rundmann aveva tagliato i fondi della Cia. I dollari erano avvolti in una busta giallina, fantastica, del peso giusto. E perdere l’innocenza era meraviglioso. Qualche conversazione avveniva al Pincio, tra i riverberi della più bella luce del mondo, vicino all’orologio ad acqua, e il passaggio di mano della busta aveva qualcosa di erotico, alludeva alla colpa come nell’adulterio perfetto... L’innocenza, si
diceva. In fondo poi, per tutta la vita, F. non ha fatto che cercare di capire che cosa sia l’innocenza e quanta vita ci voglia per perderla senza rinnegare un elemento spurio di onestà che negli uomini, per il fatto di essere uomini, deve starsene appartato, riservato, sennò si diventa sciaguratamente persone perbene. La faccenda spionistica finì alla fine del 1986, complice la televisione. F. teneva su invito di Antonio Ghirelli, che era direttore del Tg2 e gli dava di Falstaff, a F., una rubrichina notturna di politica in cui spiegava Craxi, dalla sua parte... F. la Tv la capiva, per così dire, nel profondo
della sua coscienza intima. E l’amava come strumento di lotta politica aperta, un altro Ersatz, non era possibile stringere mani di fan e avere quel tipo di riscontro personale, che la parola scritta non conosce, e contemporaneamente continuare con gli incontri al Pincio. Non era possibile per lui. Così disse: basta.L’amico americano era molto dispiaciuto, tra l’altro cambiava l’interlocutore perché lui se ne rientrava aLangley per altre destinazioni, e tutto venne più facile. Insistettero un po’, molto garbatamente, e poi tutto tacque. Molti anni dopo, ai tempi dell’Usa Day dopo la tragedia, ma anche prima in ogni contatto con loro, gli amerikani, F. si domandava: ma lo sanno o non lo sanno che dieci anni fa ero io a confezionargli le schede della politica italiana? E da qualche sguardo birichino, così,
nelle more di un cocktail, gli sembrava che sapessero quel che ufficialmente si saprà solo dopo l’apertura degli archivi. Chissà quando...”. (dalla biografia del direttore del Foglio scritto da lui medesimo, “Curriculum dell’Elefantino. La storia personale di un hijo de puta, come se la ricorda lui”, 13 maggio 2003)

“Non riconosco alcun tribunale titolato a emettere sentenze. Ho la coscienza sporca e me la tengo. Ho appoggiato Berlusconi, e prima di lui Craxi, e altro che indulgenza. E ho combattuto i loro nemici non perché siano la parte peggiore del paese ma per il motivo opposto. Detesto i migliori. Sono un immoralista, cioè un kantiano che la legge morale la cerca in sé stesso...”. (dall’editoriale sul Foglio del 20 giugno 2011)

“Ci si deve inchinare davanti a Craxi”. (il giornalista e politico ex-comunista da dieci anni nell’orbita politica e mediatica craxiana e ora berlusconiana, Il Messaggero, 12 luglio 1995)

Ricapitolando. Giuliano Ferrara (ex-Pci), irritato per il cerchiobottismo degli editoriali di Paolo Franchi (ex-Pci) sul Corriere della Sera a proposito dello scontro Berlusconi-Prodi, gli rinfaccia di averlo fatto assumere al Corriere perché “era un bravo giornalista e martelliano”. Franchi risponde: non mi risulta, ma che c’entra con Berlusconi e Prodi? Anche Claudio Martelli (ex-Psi) scrive a Ferrara: ha ragione Franchi, e poi sono io ad aver fatto assumere te al Corriere. Replica alla sua maniera di Ferrara a Martelli: gli ricorda un certo Conto Protezione e gli dà del “viscido bugiardo, traditore, serpente, diffamatore”. E poi: “Se ti incontro ti corco con le mie mani”. Controreplica di Martelli: “Parole che
alludono a qualche disturbo e minacce che fanno morire di paura dal ridere”, comunque ti ho aiutato “per entrare al Corriere, per lavorare a Reporter, per lavorare in Rai”. Reazione napoleonica di Ferrara: una paginata intera del Foglio per la prima puntata della sua autobiografia. Ammette solo la vicenda di Reporter e “lo stipendio (buono) con i soldi di Martelli”... (da Liberazione, 13 maggio 2003)

“La ricchezza di Berlusconi non è come le altre. Non procede da meccanismi di cooptazione oligarchica, nasce da una rivoluzione, quella della Tv commerciale e del mercato della pubblicità. È ricchezza scavata con la fantasia, la fatica dell’ingegno, lo spirito di squadra di un’azienda sui generis e un lobbyng poderoso, anch’esso rivoluzionario... È ricchezza politica ab origine, è ricchezza diffusa nella grande metafora americana dell’intrattenimento, della costruzione di miti legati alla dinamica della società, che si libera dalla pietrificazione oligarchica attraverso un mezzo di scambio consustanziale alle democrazie liberali, il denaro”... Amando “giocare più o meno consapevolmente con i privilegi della regalità”, Berlusconi “è principe nuovo nel senso machiavelliano”... Va bene, più prosaicamente “ebbe anche la tessera della P2, ma solo per riderne”... Gli italiani, “educati per mezzo secolo al pauperismo ipocrita della cultura cattolica e comunista... hanno scoperto la vertigine e la seduzione di un leader chemette in qualche modo la ricchezza a disposizione  della immaginazione universale”... (editoriale intitolato “Caro Ginsborg, i soldi del Cav. fanno bene alla democrazia”, in risposta critica al recente libro di Paul Ginsborg sul Cavaliere, Il Foglio, 16 giugno 2003)

“HO IL PRIVILEGIO DI NON RICORDARE QUASI NIENTE”. Dal Foglio del 7 gennaio 2022

Oggi ho settant’anni e il privilegio di non ricordare quasi niente. Vivo ascoltando musica su Channel 3 e dalla Digital Concert Hall dei Berliner, leggo buoni libri, scrivo per il giornale quasi tutti i giorni, parlo al telefono con il direttore più bravo e più allegro del mondo, Mariarosa Mancuso mi ha introdotto al vecchio circuito di piccola mafia dei “Soprano”, e li ho aggiunti a film e serie di varia natura, seguo incantato lo sport, calcio e tennis, passeggio con i cani e s’accoppia la mia cucciola nei giochi a un clamoroso fidanzato residente dai miei vicini Marcenaro, passo l’aspirapolvere e lo straccio, solo perché al momento la servitù mi ha mollato per ferie, molto isolamento né penoso né splendido, poca mascherina, niente tamponi, paesaggi che mi sono congeniali, com’era per Dorothea Brooke dei dintorni di Middlemarch, un matrimonio di trentaquattro anni e l’amore, che è il suo bel complemento, qualche amico, messaggini e la consolazione delle giornate corte, con il buio che raccoglie come un fumo purgatoriale e aiuta nella campagna a distinguere le luci dei paesi collinari, e naturalmente obbliga a trattare le nuvole annottate come cose salde, sicché si danteggia scherzosi e ispirati, e considero le aurore quando mi sveglio presto, quasi sempre, e sì, bisogna confessarlo, anche le stelle.
Non pensavo di finire nella normalità, nel gusto del dettaglio, nella natura di stagione con rapide incursioni nella mia città di lunga durata, percorrendo ogni giorno la strada di ieri come un elegiaco in ritardo sugli appuntamenti, pieno di tempo da dissipare. Non pensavo che l’evaporazione delle passioni e della bella energia, dell’ala della tristezza giovanile, non pensavo potessero approdare alla tranquillità dell’animo, a una moralità di gregge che nelle polemiche del giorno consiglio agli interpreti titanici del mondo, gli emmerdeur.
Al Partito comunista avevo strappato, in osservanza a una buona e cara educazione famigliare, la sua carica di errore, di violenza, di trascinamento e onore, “difendere il partito da ogni attacco” era l’articolo dello statuto stampato sul retro della tessera che più mi inquietava e piaceva, breve, definitivo, ardente e chiaro come la luce del sole. Poi venne l’impudenza di tramare contro la mia gioventù, perfino di disprezzarla un poco e dimenticarla, e sono cose assurde ma appartengono al possibile e le consiglio con calore a tutti. Certi complotti riescono al fine che si danno, e il congiurato ne esce perfino vivo.
Ovviamente sono circondato dai morti. Me ne curo e dolgo, spesso ne scrivo per onorarli, amarli, ma non era in preventivo l’alluvione delle eulogie, quando fondammo un giornalino vitale che invecchia bene. Però vivo in compagnia di Orazio, quel vile fuggitivo di Filippi, nel mio cenotafio di provincia, monumento picciolo ma sepoltura ancora vuota, e ne sono stolidamente e insensibilmente contento.
Quando Röselein abbaia con il suo vocione di baritono basso so che il suo Lied è per ricordarmi che ho una specie di vitalità ancora da spendere, e la vecchietta Monkey, rauca, di rincalzo. Un paio di volte a settimana gioco a scopa via computer con i compagni d’avventura di ieri, loro nello schermo vedono le francesi, io prediligo le napoletane, ciò che è tecnicamente possibile perché ciascuno adopera l’illusione che si è scelto.