POLITICA

MEMORIA
DELL'OLOCAUSTO
PER NON
DIMENTICARE

CESIRA FENU

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa, ormai vittoriosa sul Terzo Reich, entrava nel Lager di Auschwitz liberando gli ultimi sopravvissuti ridotti larve d’uomo. Si apriva così al mondo in tutto il suo orrore la realtà dell’"universo concentrazionario” costituito dai campi di sterminio e lavoro coatto che, con una vera industria di morte, uccise più di dieci milioni di persone tra cui sei milioni di ebrei e 500.000 “zingari”, tra sinti e rom “passati per il camino”. Il meccanismo della “soluzione finale del problema ebraico” fu messo a punto dalla Conferenza di Wannsee il 20 gennaio 1942, quando si incontrarono nella villa del quartiere esclusivo di Berlino - su invito di Reinhart Heydrich, capo dell’Ufficio centrale per la sicurezza nazionale, della Polizia e dei Servizi segreti dello Stato nazionalsocialista - funzionari tra cui Adolf Heichmann, tenente colonnello delle SS, responsabile dell’attuazione della “soluzione finale”. Ma la deportazione degli ebrei era da tempo già avviata. Sono del 1938, dopo la “Notte dei cristalli”, i primi internamenti nei campi.
A quasi ottant’anni da quell’evento, quando ormai vanno scomparendo i testimoni oculari del “male assoluto” e un velo di oblio potrebbe celare il ricordo, è necessario mantenere viva la memoria di quegli eventi che videro un popolo tra i più civili generare personaggi che compirono tali efferatezze.
Ma ci si domanda ancora perché tutto ciò sia potuto accadere e perché le democrazie occidentali non siano intervenute, dato che è già appurato che gli Alleati sapessero. Non solo: come mette in evidenza lo storico Theodore S. Hemerow dell’Università del Wisconsin-Madison, nonostante le manifestazioni popolari negli Stati Uniti per chiedere un intervento a favore degli ebrei d’Europa. Molti reduci dai campi hanno raccontato che aspettavano che gli Alleati bombardassero i forni crematori e le camere a gas ma nulla di sperato avvenne.
I tedeschi fecero evacuare i sopravvissuti con marce della morte di cui ci dà una drammatica testimonianza il Premio Nobel Elie Wiesel. Sotto la neve a piedi o in vagoni aperti, Wiesel, figlio di rabbino, descrive nel capolavoro “La notte”, quella notte della ragione che gli fece perdere la fede.
I tedeschi cercavano di nascondere le loro nefandezze, bruciando in fosse enormi i corpi delle povere vittime mentre i forni crematori incessantemente “lavoravano” emettendo un acre fumo che ammorbava l’aria.
Perché tutto ciò è potuto accadere? Wolfgang Benz, docente presso la Technische Universitat di Berlino, in “Olocausto” cerca di dare una risposta tenendo conto dei fattori che hanno concorso all’attuazione del genocidio.
Durante l’incontro di Wannsee si parlò con toni pacati ed entusiasti (sic!) dei risultati della soppressione degli ebrei con i gas di scarico di camion attrezzati all’uso. Tra le decisioni ci fu l’applicazione delle Leggi di Norimberga del 1935 sulla razza per effettuare la soppressione anche degli ebrei di sangue misto. Era da questa leggi che derivava la sostanza giuridica della realizzazione dell’eliminazione degli ebrei. Benz sottolinea come la “soluzione finale” fosse progettata razionalmente e attuata burocraticamente, come tutto fosse pianificato nei minimi dettagli. Così i convogli con gli ebrei si diressero, dall’ottobre del 1941, ai ghetti di Łódź, Riga e Theresienstadt (Terezin). Durante il conflitto più di sei milioni di ebrei furono uccisi anche pubblicamente durante lo spostamento del fronte verso Est. Si pensi all’eccidio di Kiev, a Babi Yar, una forra dove, con la collaborazione di gruppi ucraini, furono trucidate trentamila persone. Ma la tecnica di soppressione andò affinandosi con l’utilizzo del gas nervino Ziklon.B e la creazione dei campi di sterminio di Chelmo, Auschwitz-Birkenau, Belzen, Sobibor, Treblinka, Lublino-Majdanek.
Scopo della persecuzione e dell’esecuzione degli ebrei era “ripulire” il territorio del Reich da “parassiti” e nemici del popolo tedesco che attuavano il “complotto plutocratico”. Insomma, secondo i nazisti, una vera spina nel fianco dei tedeschi. Accusati di nefandezze, gli ebrei che vivevano in Germania si sentivano tedeschi, avevano partecipato nell’esercito alla Prima Guerra mondiale anche eroicamente, rivestivano incarichi importanti in tutti i settori, erano industriali, medici, docenti universitari, banchieri, artisti e si sentivano parte integrante della Nazione.
Ma con l’avvento di Hitler al potere, conclusa la timida esperienza democratica della Repubblica di Weimar sepolta dalla catastrofica inflazione, il clima andò mutando a discapito della comunità ebraica. Un nuovo vento soffiava sulla Germania spazzando ogni libertà e idea democratica. Ossessionato dall’idea dello “spazio vitale” per la sopravvivenza e l’espansione del Reich millenario, facendo leva sulle dure misure prese a Versailles nei confronti della Germania dalle potenze vincitrici in particolare la Francia, Hitler cominciò l’espansione con l’Anschluss (annessione) dell’Austria, la spartizione della Polonia con l’accordo Ribbentrop-Molotov, giungendo ad invadere la Cecoslovacchia per poi dichiarare guerra alle democrazie europee.
In un primo tempo, per quanto riguarda gli ebrei, si pensò di favorire l’emigrazione e Eichmann, criminale di guerra processato a Gerusalemme nel 1961, si occupò della deportazione degli ebrei in Madagascar, il cosiddetto “Programma Madagascar”. Ma dopo aver pianificato l’azione ci si rese conto che era inattuabile e vi rinunciarono.
I nazisti costrinsero, fin dal 1935, i rappresentanti dell’ebraismo tedesco a collaborare alla macchina infernale della Shoah. Questi ultimi cercarono di salvare il salvabile pur avendo margini di manovra infinitesimali. Grave colpo fu il pogrom del 9 novembre 1938, dopo l’uccisione da parte di Herschel Grunspan del segretario dell’ambasciatore tedesco a Parigi Ernst vom Rath. Grunspan protestava per l’espulsione degli ebrei polacchi dalla Germania. La reazione nazista non si fece attendere e la situazione divenne pericolosissima, cominciando a scivolare verso la fine. Gli ebrei cercarono di espatriare, fino a un certo punto invogliati dal regime nazionalsocialista. Heichmann disse che si sentiva sionista. Gli Stati occidentali accettarono l’idea con poco entusiasmo, secondo Hamerow. “Perché l’Olocausto non fu fermato”: perché, alla luce di un ponderoso lavoro di ricerca d’archivio, “le democrazie occidentali erano percorse da una fortissima ondata di antisemitismo”. Proporre l’entrata in guerra per salvare gli ebrei sarebbe stata considerata una mancanza nei confronti dei connazionali che combattevano per la Patria. Ci si chiedeva anche quale sarebbe potuta essere la reazione delle altre minoranze. Così gli ebrei furono lasciati al loro destino. Amara la conclusione di Hemerow: “Hitler, pur sconfitto, avrebbe vinto perché riuscì a spazzare gli ebrei dall’Europa”.
Heichmann, condannato a morte a Gerusalemme, prima del crollo del Terzo Reich aveva sovrinteso alla deportazione degli ebrei ungheresi. Essi saranno gli ultimi a giungere nei campi prima della fine della Guerra.
Proprio di Heichmann scrisse Hannah Arendt nel libro reportage del processo che si svolse a Gerusalemme nel 1961 dopo che i servizi segreti israeliani (su ordine di Ben Gurion), rintracciatolo in Argentina, lo rapirono e lo condussero in Palestina. Il libro “La banalità del male” mette in evidenza la personalità di un uomo mediocre, afasico, contraddittorio che ritiene di essersi attenuto agli ordini dei superiori. Scrive la Arendt: “Davanti al patibolo era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile, inimmaginabile banalità del male".