COSTUME

SÌ, I GIORNALI HANNO
UN FUTURO.
DI CERTO
QUELLI LOCALI.
MA BISOGNA VOLERLI
E SAPERLI FARE

Beppe Lopez intervistato da Stornaiolo
per IL DIALOGO DELLA DOMENICA
(ilikepuglia.it)

Tu che sei stato tra i fondatori di uno dei più importanti giornali italiani, cosa ne pensi della loro situazione odierna?
“Tu sai che sono un barese che vive, da esule, a Roma. Perciò credevo che volessi cominciare questa conversazione parlando dei pugliesi che arrivano ogni giorno sul litorale laziale per fare incetta di ricci di mare e portarli in Puglia, magari contrabbandandoli per pugliesi. L’altro giorno, dalle parti di Nettuno, ne hanno beccato uno proveniente dalla Bat che ne aveva già pescati undicimila”.
Non scherzare e… confessa: un quotidiano cartaceo ha ancora senso, sì o no?
“Il problema dei giornali è opposto a quello dei ricci, che certamente non sono più come quelli di una volta, quando erano belli, gonfi e rossi. Che bei ricordi: ‘Nderr a la lanz', la Forcatella, San Foca, Place Garibaldi, Parigi…”.
E dalli coi ricci! Facciamo i seri… Nel confronto con la modernità il giornale non le prende di brutto rischiando di essere letto solo da pochi anzianotti e da qualche politico autoreferenziale con la voglia di vedersi “in prima pagina”?
“Rischiando? Ma i giornali non rischiano niente: sono morti. Anzi, sono morti da sempre, almeno in Italia. Non ne parliamo poi nel Sud! Oggi, al contrario dei ricci, che non sono più come quelli di una volta, con cinque belle strisce polpose, rosse e arancione, ma con cinque striscette slavate. I giornali quotidiani in Italia sono invece come quelli di una volta…”.
Slavati?
“Sì, slavati. Fanno pure cultura (qualche volta sub-cultura), fanno pure politica (quasi sempre al servizio di ristretti interessi non solo politici ma pure più terra-terra), fanno pure opinione (o meglio, gratuito opinionismo), ma dei lettori, come una volta, se ne fregano bellamente. In Italia non abbiamo mai avuto un vero mercato dell’informazione: pensa solo sino a quando è durato lo stesso monopolio televisivo pubblico e al fatto che, quando questo è morto, si è passati a un’altra anomalia, il duopolio Rai-Berlusconi. I quotidiani italiani, al contrario per esempio dei settimanali, non sono mai stati fatti per essere venduti in edicola e infatti ne sono sempre state vendute poche copie, rispetto a quello che avveniva nel resto del mondo civile. Erano fatti da imprenditori che li mettevano al servizio dei politici. In definitiva, peraltro, meno ne vendevi e meno notizie circolavano. A cominciare dagli anni Settanta, è arrivata un po’ di modernizzazione, i giornali si sono sintonizzati in una qualche maniera con il linguaggio televisivo, vendendo più copie grazie al pubblico svegliato dalla Tv. Ma continuando a strafregarsene degli interessi e del linguaggio della gente normale. Così, quando è arrivata la seconda mazzata, quella della Rete e dei cellulari che fan tutto, sono praticamente scomparsi. Certi giornaloni sono passati da vendere settecentomila copie quotidiane a centocinquantamila, e vanno sempre più giù, mentre certi giornali regionali sono passati da ottantamila, a ventimila, a ottomila copie. Una cosa ridicola e penosa, insieme”.
E come te lo spieghi? Col fatto che i giornali di carta sono diventati obsoleti, definitivamente al tramonto?
“La materia (o l’immaterialità) di cui sono fatti i giornali conta sino a un certo punto. Io distinguerei fra giornali nazionali e giornali locali. Certo, i primi potrebbero essere effettivamente destinati, col tempo, a scomparire. Del resto la loro crisi attuale dipende, sì, dai nuovi consumi informativi soddisfatti dalle numerose piattaforme televisive e dalla Rete, ma anche dai loro stessi difetti. Infatti, i giornali nazionali italiani maggiori, negli ultimi decenni, hanno abbandonato il loro spazio e la loro funzione, gonfiandosi troppo, pretendendo di fare tutto (il giornale di qualità e quello dei pettegolezzi, il giornale nazionale e il giornale regionale con gli inserti locali), divorando pubblicità e facendo crescere in misura folle organici e spese. I giornali nazionali minori, dal canto loro, si sono schiacciati sull’opinionismo e ne sono nati troppi, grazie ai contributi dell’editoria e a risorse para-partitiche. Non dovrebbero essere in crisi, invece, i giornali locali: i reportage e l’opinionismo li puoi soddisfare con la Rete, ma la testata locale è qualcosa di più di un giornale. E’ un fatto comunitario e identitario, un campanile, un municipio, il corso, la Regione, le abitudini, i conoscenti, la pasticceria, la piazza, chi è morto, gli eventi, gli spettacoli locali, gli appuntamenti… Un giornale al servizio del cittadino, una guida per vivere la propria giornata, la professione, la famiglia, i servizi, per capire come muoversi con i piedi per terra e la testa “informata”… Insomma, quello che i giornali regionali e locali italiani non sono mai stati, avendo scimmiottato – e scimmiottando - i giornali nazionali e poi subendone le redazioni e le pagine locali, e la loro capacità di divorare anche pubblicità locale. In conclusione, insomma, hai ragione a parlare di pochi anzianotti e di qualche politico autoreferenziale. Però oggi, secondo me, c’è uno spazio straordinario per i giornali locali. Ma intanto il sistema di giornali regionali su cui si è retta l’informazione in Italia sino agli anni Settanta si è suicidato ed è stato annientato. E i nuovi devi farli e saperli fare”.
Non credi che, con i moderni sistemi editoriali, con la grande rete informativa esistente, sia oggi più semplice fare un buon giornale, anche in periferia?
“Il problema è la qualità, anzi la tipologia del rapporto che si instaura con i lettori. Specie a livello locale, permane l’autoreferenzialità della professione giornalistica che già a livello nazionale ha sempre impedito a quasi tutti i giornali di sintonizzarsi con i cittadini. Per la cultura giornalistica dominante il massimo del giornalismo è la bella scrittura, è il commento che il droghiere con la bottega sotto la casa del commentatore gli dice quando passa: “Buongiorno, dottore. Che bel commento che avete scritto oggi sul giornale, altro che quelli della televisione”. In particolare in Puglia, non si è mai registrato un innesto di pratica giornalistica moderna, di quella nata e sviluppatasi dagli anni Settanta in particolare a Roma e Milano. La stessa idea di “giornale” che hanno in testa perlopiù la gente, i politici, gli imprenditori e la gran parte dei giornalisti è novecentesca, quando non ottocentesca: editoriali, commenti, corsivi e “attacchi” a questo e a quello. Spesso, gestione del potere di decidere le cose e i nomi che vanno in pagina e di quelli da buttare nel cestino e da condannare al dimenticatoio. Il giornalismo ridotto a barbaro e autolesionistico esercizio di potere”.
Quale sarebbe il tuo timone (attento, ho scritto timone, non altro) preferito per un giornale fatto in Puglia?
“Anche se avessi usato quell’altra parola, invece di timone, avresti centrato il problema: l’autoreferenzialità. Il giornalismo è esattamente il contrario: essere aperti, apertissimi agli apporti esterni, i più diversi ed imprevedibili. Il lavoro di un giornalista, la funzione di un giornale è, semplicemente, la messa in pagina della realtà, comunque sia, in qualsiasi forma si materializzi, il timone si fa da solo. Non te lo devi fare tu… Diciamo, sommariamente, che devi essere insieme un Corriere della Sera, un Corriere dello Sport, un Sole24Ore, un Dipiù Tv, una Famiglia Cristiana, un l’Espresso, un Gente, un Io Donna, un Quattroruote, un…”.
Altro ancora? Non ti pare un po’ eccessivo e difficilmente praticabile?
“In quello che dovrebbe essere l’assetto normale dell’informazione – pochi giornali nazionali specializzati, e molti e diffusi giornali locali – sono questi ultimi a dover essere completi. Quando esci di casa, hai naturalmente bisogno di un giornale di servizio, un giornale utile, dalla prima all’ultima riga; un giornale per tutti, scritto in italiano, senza sofisticherie barocche e velleitarie. Il tuo giornale ti deve dire tutto quello che è successo e succede nel mondo, in Italia e nella tua città. Ti deve aiutare a vivere la tua giornata. Altrimenti non ha una funzione e non vende (come sinora non ne hanno avuta e non hanno venduto, in particolare in Puglia). Peraltro oggi la rete informativa è tale da consentire a livello locale l’acquisizione notizie e informazioni su tutti i campi e a basso costo, anche da parte dei giornalisti. L’importante è volerlo fare e saperlo fare”.
Ma c’è mercato nella nostra regione per tutti questi quotidiani?
“L’attuale batteria di quotidiani oggi esistenti in Puglia non ha senso e non ha solide radici. C’è stata la chiusura e la rinascita della Gazzetta, ci sono stati intromissioni tattiche, c’è qualcuno che gode solamente dei soldi per l’editoria… E comunque siamo a livelli di vendita troppo bassi, incompatibili con la sopravvivenza di testate e aziende col tempo sempre più costose. È una fase di passaggio. Finirà. E, se continuano a farli come li fanno, finirà anche molto male. Ed è veramente un peccato! Il mercato c’è. La Puglia e in particolare Bari – caratterizzate da particolare dinamismo sociale e produttivo - sembrano fatte su misura per un giornale utile, di servizi, moderno. Un prodotto che peraltro costa meno di un gelato, che ti dà piacere per una decina di minuti. Per non parlare dei ricci, che sono arrivati addirittura un euro l’uno… E tu, con venti e più pagine, con notizie locali e nazionali, con gli utili avvisi, con le foto, le inchieste, le rubriche, i pettegolezzi, gli spettacoli, Toti e Tata, ecc. ecc., non riesci a pareggiare con la tua utilità i dieci minuti di un gelato? E dài! Allora, invece che fare il giornalista, datti alla poesia, fa’ critica letteraria o, meglio ancora, va’ a farti ‘na mangiata di ricci ‘Nderr a la lanz’ o alla Forcatella… E magari, prima, accertati che non arrivino di contrabbando dalla costa laziale, ché lì il mare non è pulito come quello nostro”.