COSTUME

DARE LE ARMI
AGLI UCRAINI
PERCHE’
SI DEVE E SI PUO’

IL DIALOGO DEL LUNEDI’
Beppe Lopez intervistato da Antonio Stornaiolo (ilikepuglia.it)

“Preferiamo la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”, per Draghi. In pratica: per punire la Russia dobbiamo rinunciare all’aria condizionata e subire l’aumento generale dei prezzi in conseguenza delle restrizioni di gas, petrolio, grano eccetera eccetera? Oppure ha ragione chi vuole convincere gli ucraini ad arrendersi, consentendoci di vivere in pace con Putin?
“Si fa molta confusione sulle parole e sui concetti. E si crea disorientamento nei cittadini. Quale pace? Quella che si otterrebbe alla fine, con la condanna e l’arretramento delle truppe di Putin, o al contrario quella che pretendevano, si aspettavano e volevano subito Putin e i putiniani (consapevoli o inconsapevoli) di casa nostra, con la resa degli ucraini? E i problemi di aria condizionata, di prezzi, di Pil e di investimenti militari sono quelli che avremmo - e abbiamo – con la guerra economica a Putin o quelli che avremmo, in tempi medi e poi in termini stabilizzati nel tempo, se consentissimo all’autocrate russo di vincere e di instaurare una specie di nuovo ordine mondiale, con la necessità dell’altra parte del mondo, la nostra, di adeguarsi in materia di alleanze, di scambi commerciali, di tutela dei confini, di organizzazioni e spese militari, eccetera?”.
Come si esce da questa confusione?
“Chiarendo e chiamando con i loro nomi la strumentalizzazione e la propaganda, ma anche il cinismo, che spesso si nasconde dietro pretese competenze analitiche o un pacifismo arrendevole contrabbandato per non-violenza. Un convinto e onesto pacifista si può arrendere di fronte alla prepotenza e alla ingiustizia. Un non-violento è certamente contro l’uso della violenza e delle armi, ma non può non combattere contro un prepotente o un regime che li usi per conculcare la democrazia, la libertà, i diritti e la dignità umana”.
Si, però, l’articolo 11 della Costituzione prescrive che l'Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
“Anche su questo c’è chi ci marcia. E’ la Russia che ha usato la guerra per offendere, umiliare, calpestare la libertà degli ucraini. E l’Italia, contribuendo con gli altri paesi occidentali ai loro bisogni, anche di armi di difesa – purtroppo solo in ritardo, in modesta e inadeguata misura - non sta usando evidentemente la guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma solo cercando di aiutare il popolo ucraino a difendersi da una violenza inaudita. Si aggiunga quello che ha acutamente rilevato lo stesso presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato: per l’art. 52 della Costituzione la difesa della patria è sacro dovere del cittadino e per l’art. 78, le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari. Il che presuppone evidentemente che l’Italia possa concretamente ritrovarsi in guerra. Ci sono poi il Trattato Nato (art. 5) e il Trattato dell’Unione Europea (art. 432) per i quali gli Stati membri sono tenuti - in conformità all’articolo 51 della Carta Onu - a prestare aiuto a uno Stato membro dell’Unione che subisca aggressione sul proprio territorio”.
Però le obiezioni e le critiche non riguardano solo la presunta disapplicazione della Costituzione…
“Certo. Per esempio c’è chi dice: combattere a fianco dei nostri amici ucraini per la difesa comune dei nostri territori, dei nostri beni, delle nostre libertà, è una prospettiva che si può coraggiosamente immaginare, se deve contribuire al mantenimento della pace. Ma morire per Kiev o, peggio, per il Donbass, no!”.
Come “Ma morire per Danzica, no!”. Sostieni che siamo in un clima da seconda guerra mondiale?
“In effetti ho intenzionalmente usato le stesse parole scritte il 4 maggio del 1939, sul quotidiano L’Œuvre, da Marcel Déat, un deputato socialista francese (poi finito collaborazionista e filonazista). L’articolo era intitolato Mourir pour Dantzig? (Morire per Danzica?). Déat affermava letteralmente: “Combattere a fianco dei nostri amici polacchi per la difesa comune dei nostri territori, dei nostri beni, delle nostre libertà, è una prospettiva che si può coraggiosamente immaginare, se deve contribuire al mantenimento della pace. Ma morire per Danzica, no!”. Hitler pretendeva che il delta della Vistola sul mar Baltico e la città libera di Danzica fossero restituiti alla Germania, anche per assicurarsi il collegamento tra la Germania e la Prussia Orientale. Quattro mesi dopo, agli inizi di settembre, da una corazzata tedesca pacificamente ormeggiata in porto scattò l’attacco a quell’avamposto di soli duecento soldati polacchi, iniziò l’invasione della Polonia e con essa la seconda guerra mondiale. Finì tutto con sessanta milioni di morti e devastazioni incalcolabili”.
La vedi così brutta, anche adesso?
“No. A dispetto di cinici, disfattisti e arrendisti, questo Hitler che ci è toccato nel terzio millennio sarà fermato. Farà ancora danni, grossi. Ma questa avventura anche per lui finirà male”.