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TRE ROMANZI
DUE CAPIBRANCO
UN COMUNE
DENOMINATORE:
IL QUARTIERE
POPOLARE

MARY SELLANI (*)

Beppe Lopez, barese trapiantato a Roma, intellettuale di sinistra, giornalista fondatore di giornali (tra cui la Repubblica), esperto di analisi dell’informazione, scrittore e saggista, ha esordito nella narrativa (ottobre del 2000) con il romanzo Capatosta, pubblicato da Mondadori, un’ardita opera-prima che divenne allora un piccolo ma interessante “caso letterario” denso d’implicazioni antropologico-esistenziali, e soprattutto per il temerario pastiche linguistico composto di un fitto intarsio di dialetto barese su un fondo di italiano parlato d’impronta meridionale. Un dialetto assunto così a dignità letteraria, giacché storicamente privo di un’influente tradizione letteraria, e per di più delegittimato - ai fini del suo valore letterario appunto - dalla grossolana contraffazione comico-farsesca cui è stato sottoposto sulla scena mediatica.
Dopo Capatosta uscì La scordanza (Marsilio, 2008), mentre a novembre 2021 è uscito da BesaMuci l’ultimo romanzo della trilogia, Capibranco (253 pagine,17,00 euro). Tre romanzi che abbracciano un arco temporale lungo e che hanno tutti un comune denominatore, il Quartiere Libertà di Bari. Negli anni Venti del Novecento da cui parte la vicenda narrata, questo era un luogo sospeso nel vuoto, una realtà che non era fatta né da contadini né da operai, una comunità dei senza voce che non ha mai avuto una testimonianza. Si trattava di una Bari provinciale che non era più paese e non era ancora città.
Il filo conduttore della trilogia sta nella descrizione accurata del dramma personale dei vari protagonisti, e nella tendenza collettiva a rimuovere la propria storia e identità, riducendosi solo a campare. Insomma un racconto generazionale tra speranze tradite, illusioni perdute e ricerca di radici. Anche in Capibranco si snodano storie e vicende di generazioni che hanno visto il travagliato passaggio “da un Paese per certi versi arcaico, innocente e autoritario, a un Paese moderno, in fase di liberazione individuale e collettiva”, che perde poi l’innocenza e si scopre via via negli anni Ottanta in profonda crisi morale, sociale e politica.
In esso la storia dei due fratelli Lagravinese, perennemente in conflitto tra loro, si caratterizza poi più precisamente come romanzo familiare, nel cui perimetro s’intrecciano le esperienze di più generazioni, ciascuna portatrice di una sua visione del mondo. Ha scritto il filologo Corrado Petrocelli alla presentazione del volume al Museo Civico di Bari, che si “potrebbe vedere i due protagonisti, Michele e Vittorio, come le due facies opposte e complementari, legate e insieme differenziate dalla scansione temporale (dieci anni) che li divide, come la maschera bifronte di un unico, composito personaggio”. Ne risulta il ritratto di una condizione etico-esistenziale attraversata dal disagio individuale portato dalla tarda modernità, e dalla crisi permanente di valori che ne fagocita i sogni.
Per cui finisce anche la saga del Quartiere Libertà, e con la sua fine non resta più neppure la peculiarità della sua lingua a custodirne lo spirito, la vitalità, il calore.

(*) Quotidiano di Bari, 28 aprile 2002