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SI LEGGONO POCHI
LIBRI E GIORNALI?
E' PERCHE'
LI PRODUCONO
DUE SISTEMI
AUTOREFERENZIALI

IL DIALOGO DEL LUNEDI’
Beppe Lopez intervistato da Antonio Stornaiolo (ilikepuglia.it)

Don Peppe, fatti il segno della croce perché oggi il fatto è serio. Il tasso di lettura in Puglia è bassissimo! Tre su quattro non leggono né libri né giornali. Che dici?
“Dico che vieni a parlare di corda in casa dell’impiccato. Dei giornali, come sai, mi sono occupato per una vita intera, raggiungendo anche livelli apicali, ma mai acconciandomi ai modi e ai ruoli praticabili, anzi esatti (da esigere) dall’establishment politico-giornalistico. Poi, negli ultimi vent’anni – confesso, anche per trovare altrove uno spazio di agibilità praticabile senza pagare prezzi per me impossibili da pagare – ho praticato il campo editoriale. Anche con esiti oggettivamente non dozzinali…”.
Non fare il finto modesto: anche con riconoscimenti notevoli della qualità dei tuoi libri.
“Ma anche qui ho deciso di non fare i conti con un establishment selezionato e selezionatore sul terreno delle amicizie, delle frequentazioni, della cortigianeria, ma soprattutto della ripetitività produttiva e del comodo, passivo, ma risicato sfruttamento dei vantaggi derivati da altri e da altro (il mercato straniero, la televisione e la fiction, le mode veicolate dalla Rete, le posizioni dominanti delle grandi conglomerate editoriali, ecc.)”.
Torniamo a noi. Il tasso di lettura bassissimo. Come mai?
“Innanzitutto perché i libri e i giornali in Italia sono fatti male. Più precisamente: sono fatti, rispettivamente, da un ceto di editori ed editors, e un ceto di editori e giornalisti storicamente malati di autoreferenzialità, cioè che si fanno i fattacci propri. Che hanno goduto negli scorsi decenni delle ricadute dell’esplosione dei consumi culturali in Occidente, ma hanno sostanzialmente conservato i difetti del vecchio sistema (segnati dall’inesistenza di un mercato culturale) aggiungendo ad essi i difetti del nuovo (cinismo e disinvoltura commerciale). Lavorano non tenendo in alcuna considerazione le reali aspettative - gli interessi, i bisogni, le curiosità, le esigenze, spesso persino le parole - dei lettori, esistenti e potenziali. In qualche caso si tratta di persone di alto livello culturale. Ma questo non è decisivo o esaustivo in quei mestieri. Per Gramsci l’intellettuale deve essere capace di produrre e diffondere conoscenza. Questo è il loro mestiere. La scienza è degli scienziati, il bello scrivere degli scrittori. Loro, invece – editori di libri e editors, editori di giornali e giornalisti – devono produrre due merci, due prodotti, che sono il libro e il giornale. Che sono tali, e non sfoghi velleitari o marchette o servigi ai potenti o mera carta stampata - è ben e ricordarlo con nettezza - solo nel momento in cui un cittadino va in edicola o in libreria o si collega con gli store online e li acquista”.
Libri e giornali fatti male. Vuoi dire che farebbero bene gli italiani a leggere così poco?
“No. Fanno malissimo. Dico che il fenomeno è comprensibile. Dico che la sua causa principale – insieme al livello di benessere, di diffusione della cultura e di partecipazione alla vita pubblica – risiede nel prodotto stesso, per come è fatto. La qualità, anzi, per essere più chiari, la tipologia del prodotto è un dato sempre assai poco considerato, perché si dà sempre la colpa agli italiani che non vogliono leggere. Dico che non a caso in Italia abbiamo sempre avuto indici di diffusione dei quotidiani fra i più bassi al mondo. Il quotidiano è sempre costato quanto un caffè e meno di un gelato, ma l’italiano medio – non solo oggi con la forte alternativa della Rete, non solo ieri con l’avvento della Tv commerciale, ma da sempre - ha sempre sentito, anche non essendone consapevole, che quelle testate, quelle direzioni, quegli editori non facevano il giornale per lui, ma per sé e per interessi non editoriali. Comunque chi non si aggiorna attraverso il giornalismo, accontentandosi dei titoli dei telegiornali e dei social, sbaglia: perché, tu puoi pure non occuparti dell’informazione, ma - come succede per la politica (notoriamente fatta in Italia altrettanto male) - l’informazione continua a occuparsi di te. Il problema è cornuto…”.
Forse è meglio che spieghi questa battuta.
“Primo corno: senza elettori e senza lettori, la politica e i giornali deperiscono. Secondo corno: senza politica e senza giornali, elettori e lettori svaniscono. Con quanti vantaggi per la democrazia e il progresso è facile immaginare”.
E i libri? Le statistiche dicono che gli italiani, complessivamente, leggono sempre meno libri: l’anno scorso i lettori sono scesi al Nord al 59% della popolazione e nel Sud al 35%.
“Questo la dice lunga, prima che sulle abitudini degli italiani, sulla capacità delle strutture editoriali di promuovere il mercato e di star dietro alle tendenze (quelle vere, non le mode inventate da poche decine di miracolati e di arrogantelli). Ribadisco: sono passive e ripetitive, tendono a lucrare in termini di epifenomeno quello che di serio succede attorno a loro. In quelle strutture si sono incistati piccoli interessi che si autotutelano, tenendo lontano meritocrazia, autonomia, originalità, nuove proposte, fantasia, ricerca… Per anni una delle più potenti case editrici italiane avvertiva nel suo sito: Non si accettano manoscritti. Oddio, allora cosa pubblichi? Sempre le stesse cose, gli stessi autori, calibrando poche cooptazioni eccellenti fra gli amici e gli amici degli amici? Possibile, poi, che tutti debbono produrre e leggere gialli, indagini di commissari e magistrati, thriller, noir e spy stories, predisposte ad essere tradotte in fiction? Devi cercare con il lanternino anche solo una collanina che pubblichi un romanzo non concentrato sul ritmo della trama, anziché sulla qualità del racconto”.
Però anche tu, in Capibranco, ne La scordanza e nel bellissimo La Bestia!, riservi al lettori colpi di scena non male…
“Vale ciò che prevale, Antonio. Io lamento la dominanza assoluta del romanzo di genere e del ritmo della trama, non il romanzo di genere e la trama in quanto tali. Denuncio che chi si ostina a rimanere fedele alla narrativa letteraria – lavorando sulla parola, sui caratteri, sullo spirito dei tempi e non per forza sugli aspetti oscuri di un assassinio… - è destinato ad essere ignorato da critica, classifiche di vendita, premi e rassegne. Destinato cioè all’inesistenza”.
E quei tre pugliesi su quattro che non leggono né libri né giornali? Perché il divario Nord-Sud addirittura si accentua, arrivando a 24 punti percentuali?
“La causa specifica della scarsa lettura è più o meno la stessa, al Nord produttore (di libri e giornali) come al Sud colonizzato (con libri e giornali milanesi e romani, oltre che localmente con libri-fantasma e giornali-zombies). Il persistente divario nella lettura è in realtà determinato dal divario storico sul piano economico e sociale, e dalla sua forza inerziale”.
Hanno senso le iniziative dedicate alla promozione della lettura? Che ne pensi dei festival e delle vetrine estive?
“Iniziative promozionali, festival e vetrine estive, per come sono fatte, per essere – come sono – perfettamente, provincialmente, acriticamente integrate nell’establishment editoriale e da esso sostanzialmente determinate ed etero-dirette, non solo non promuovono alcunché ma fanno parte del problema. Solo certe nostre splendide location fanno passare in secondo piano il vuoto pneumatico della loro esistenza. È tutto un teatrino autoreferenziale, con inclusioni ed esclusioni analoghe alle inclusioni ed esclusioni operate a monte dagli editors. Qui abbiamo, appunto, solo vetrine e vetriniste di facce televisive, di chef, di conduttrici, di commissari, di prodotti e di mode decise altrove”.
C’è una ricetta? Più biblioteche, ad esempio? O dovrebbe cominciare tutto dalla scuola?
“Certo, ci vogliono più biblioteche, magari mobili, che vadano a cercare i lettori. Ci vogliono persone appassionate come le maestrine rurali di una volta. Come i giovani intellettuali degli anni Sessanta e Settanta che volevano cambiare il mondo e facevano cose come se potessero effettivamente cambiarlo, e alla fine lo cambiavano veramente. Qui si preferisce farsi cambiare dal sistema e sfangarla, alla faccia dei resistenti e dei pazzi malinconici di provincia. La scuola? Certo dovrebbe e potrebbe fare molto, prima ancora che in maniera specifica per la lettura, complessivamente per una diversa impostazione dei programmi e dei metodi in riferimento alla società reale. E dovrebbero soprattutto autoriformarsi i grandi editori. I piccoli editori, oggi quasi tutti a pagamento, in effetti sono solo stampatori, senza alcuna capacità, anzi senza alcun interesse per il mercato, dovrebbero invece acquisire il coraggio, l’ambizione e la strumentazione organizzativa necessaria per cogliere l’opportunità storica di fare i libri di qualità che i grandi editori, tutti concentrati sui generi e sulle facce televisive, non fanno più”.
Insomma, la vedi complicata?
“Credo che, come al solito, un aiuto verrà dalla Rete e dalla globalizzazione di usi e costumi. Ma sarà un processo lungo e contorto, a meno che non scatti il fattore umano. E cioè qualche decina di individui – fra editori, editors e giornalisti – che si mettano di buona lena a cambiare concretamente le cose utilizzando la postazione che si ritrovano ad occupare, anziché lucrarne solo miserabili privilegi di potere e promuovendo ciò che di buono nella società incontestabilmente c’è, anziché scoraggiarlo e ignorarlo”.
E in Puglia?
“La vedo ancora più complicata. Opportunità ce ne sono state – in campo giornalistico e editoriale – ma nessuno le ha colte: non lo dico io, lo dice appunto il crollo delle vendite di giornali e della lettura dei libri. E opportunità ce ne sono ora: la Puglia non ha mai avuto tante testate giornalistiche quotidiane e, a naso, mi pare che si stampino molti libri, forse troppi. Da questo punto di vista, basterebbero poche persone di talento e di carattere per cambiare veramente le cose, quattro o cinque basterebbero. In definitiva, non vengono richiesti rischi o salti mortali. Ma si facciano finalmente avanti!”.