POLITICA

PERCHE’
HO SCRITTO
TRE ROMANZI
AMBIENTATI
NEL QUARTIERE
LIBERTA’,
LA MIA MACONDO

Beppe Lopez intervistato da Antonio Stornaiolo - 12
IL DIALOGO DEL LUNEDI’

Arriva l’estate, arrivano i festival letterari. In Puglia è tutto un rifiorir di presentazioni e di interviste a quell’autrice e a quell’altro autore. Sai che c’è? Visto che con te gioco in casa, voglio intervistarti sulla tua ultima opera letteraria.
Certo, sarebbe meglio farlo in una bella location balneare, di quelle nostre, in Puglia. Ma accontentiamoci
Dunque: come ti è venuto in testa di scrivere un romanzo come Capibranco, una storia fina ed intricata tra due fratelli che fanno di tutto per non capirsi e non andare d’accordo, e poi di pubblicarlo insieme a Capatosta e La scordanza, per formare una trilogia intitolata Quartiere Libertà?
I fattori che concorrono nascita di un romanzo, al di là della stessa, piena consapevolezza del romanziere, sono sempre molteplici. Per altri, narratori à la page, contano soprattutto le attese dell’editore, del mercato e delle classifiche di vendita. Ma io, come scrittore, vivo in un altro mondo. Scrivo ciò che mi va e poi penso alla pubblicazione. Da questo punto di vista, contano la storia che ti frulla da tempo in mente, le cose che ti succedono attorno, l’irresistibile pulsione del lessico familiare, l’integrazione e il completamento di ciò che ti è capitato di scrivere in precedenza, la scrittura che ti porta su strade che non prevedevi di percorrere... Anche Capibranco nasce da tutto questo. Era il pezzo che mancava al mio romanzo del 2000, Capatosta (Mondadori) e a quello del 2008, La scordanza (Marsilio). Non lo sapevo, prima. Me ne sono accorto quando ho finito di scriverlo. Insieme, tutt’e tre, danno conto di un secolo di vita nazionale – l’Italia premoderna, il miracolo economico, il Sessantotto, l’interruzione del processo di democratizzazione/modernizzazione alla fine degli anni Settanta, l’attuale società in cui hanno vinto coloro che avevano torto – vissuto in un quartiere popolare di Bari, simbolico luogo della comunità umana. Una volta dicevo che l’idioletto “baritaliano” con cui ho esordito in narrativa, con Capatosta – e che ho continuato ad usare, anche per un libro di rigorosa ricostruzione storica come Mascherata reale, sul 1799 in Puglia - si era scritto da solo. Volevo dire che lo imponeva la storia raccontata e che, una volta trovato un certo equilibrio nella mescidanza fra materiale dialettale meridionale e italiano parlato, la morfologia e la sintassi di quell’idioletto si erano autoprodotte quasi spontaneamente. Così posso dire, adesso, che la trilogia Quartiere Libertà si è fatta da sola. Una volta chiusa la terza storia ambientata nel mio quartiere nativo, quella dei fratelli alfa, ho visto infatti che non dovevo fare altro che metterla insieme e di seguito ai primi due romanzi perché venisse fuori una storia unitaria, organica e compiuta. Dagli anni Venti del secolo scorso a questi anni Venti, quattro generazioni, i cambiamenti di uno stesso quartiere, gli stessi luoghi, praticamente gli stessi personaggi con figli e nipoti…
Capatosta è il primo libro. Ancora oggi capace di scatenare sentimenti forti e profondi. Personalmente è quello che amo di più. Poi c’è La scordanza, che sembra quasi una riproposizione aperta de La vita agra di Bianciardi, con i protagonisti entrambi alle prese con un “nuovo” mondo… E infine, Capibranco. Tre libri che sono un viaggio sentimentale, ma anche culturale e politico in una Bari, una Puglia che cambiano di pari passo con l’Italia…
C’è senza dubbio una progressiva metamorfosi – di personaggi, di modi e di espressività – partendo da Capatosta, attraversando La scordanza e pervenendo a Capibranco. Io li collocherei tutt’e tre nello stesso posto: quello dei romanzi che raccontano storie vere, di uomini in carne ed ossa, che si muovono in base alle pulsioni più profonde dell’uomo (sempre le stesse, anche se le culture acquisite ci insegnano o ci impongono di dare ad esse nomi via via diversi, a seconda dei casi). Un posto molto preciso e nettamente differenziato rispetto al canone dominante dei romanzi di genere e d’azione, noir e gialli, thriller e legal thriller, tutti proiettati nella marmellata della fiction.
La cifra linguistica, a forti tinte dialettali, è forse quella che caratterizza di più i tuoi romanzi. Quando hai cominciato tu ad usarla, a tanti faceva ancora vergogna parlarla e ancora di più scriverla. Tu hai sdoganato il nostro dialetto e ora lo usano in tanti.
La scelta, prima ancora che meramente lessicale, per me è stata di contenuto, conseguente a un approccio specifico alla storia, alle storie e al mondo al quale volevo dar voce. Volevo e voglio raccontare non il mondo dei vincitori, degli arrivati, dei benestanti, dei sazi, ma quello degli emarginati, di chi cerca di farsi strada nella vita per salvarsi. E il lessico dell’emarginazione non può essere, evidentemente, quello dell’integrazione per eccellenza, vale a dire la lingua ufficiale, formale, che nella versione italiana è peraltro una lingua letteraria, deputata alla scrittura. Perciò nei miei racconti prevale un idioletto impastato di lingua madre, che sino alla mia generazione era appunto il dialetto. Io sin quando non sono andato a scuola, alla prima elementare, ho parlato e sentivo parlare solo in dialetto, a casa e per strada. Poi in Italia è prevalso, persino come lingua madre, l’italiano televisivo. Ma tuttora il materiale linguistico dialettale costituisce una riserva straordinaria di lessico dell’istinto, della spontaneità, dell’autotutela rispetto alla degenerazione non solo linguistica della società liquida, della ipocrisia dominante e del pensiero unico.
Una trilogia, Quartiere Libertà, che è un omaggio a Bari, ai baresi ed alla loro lingua sterciuta. Qualcuno ha scritto che il quartiere Libertà per te è come Macondo per Gabriel Garcìa Marquez. Non so quante altre città possono vantare tale tipo di apporto da un proprio figlio. Solo per questo meriteresti le chiavi della città! Te le daranno?
Mi piace l’idea del quartiere Libertà come la mia Macondo, con tutte le differenze del caso. Indubbiamente l’amorosa lettura di Marquez è tra quelle che più mi hanno convinto, a suo tempo, a darmi alla narrativa. Per quello che riguarda invece le chiavi della città, la tua è una domanda che evidentemente non devi fare a me. Essendo andato via da Bari quasi cinquant’anni fa – un periodo caratterizzato in tutto il Paese dalla perdita della memoria, dalla mancanza di rispetto e prima ancora di conoscenza di chi ci ha preceduti e di quello che è stato fatto prima che noi nascessimo e che ha consentito a noi di essere quelli che siamo - sono diventato quasi un estraneo per un paio di generazioni di uomini pubblici e di giornalisti, nonostante i libri e gli articoli che ho continuato a pubblicare. Per molti delle ultime due generazioni, contano solo le frequentazioni e gli scambi quotidiani. Pensa che l’ultimo sindaco con cui ho avuto una certa conoscenza è stato Nicola Vernola. Poi ce ne sono stati altri undici mai conosciuti, mai incontrati (salvo il grande Pietro Laforgia, che frequentavo molto da ragazzo, prima che diventasse sindaco, e salvo un breve, casuale incontro a Roma anni fa con Emiliano, che si dichiarò un grande estimatore di Capatosta).
Ma tu hai descritto e accompagnato la rivoluzione giovanile e la nascita del Sessantotto a Bari sui giornali locali, hai fatto servizi e inchieste su Bari e la Puglia sulle più importanti testate nazionali sin dagli anni Sessanta, sei stato un pioniere dell’attività teatrale in Puglia negli anni Settanta, hai diretto Politica e Mezzogiorno, hai partecipato da pioniere alla prima legislatura della Regione Puglia, sei stato tra i fondatori di Repubblica a Roma e poi di Repubblica/Bari, ti sei inventato il Quotidiano di Lecce-Brindisi-Taranto, hai scritto Capatosta sdoganando in letteratura il nostro dialetto, hai messo il nostro dialetto anche al centro del tuo bellissimo romanzo La Bestia!, con lo stesso idioletto arcaico hai raccontato magistralmente – dalla parte degli ultimi – il 1799 in Puglia, hai scritto il rivelatore romanzo-biografia del cantastorie dei braccianti Matteo Salvatore, mo hai dedicato questa splendida trilogia al quartiere Libertà…
Calma, calma Stornaiolo... Sì, ne ho fatte di cose, avendo cominciato a scrivere nel 1963, cioè sessant’anni fa. Ma questo sembra non contare niente ora. Anzi sembra più dare fastidio, irritare. Viviamo in una cultura generazionale per cui il mondo è nato ieri. Contano solo coloro che ora hanno il potere giornalistico, coloro che ora sono in testa alle classifiche di vendita, coloro che ora si incontrano e si frequentano, coloro con cui ora ci si scambiano segnali di apprezzamento e favori...
E adesso? Per finire, ci puoi anticipare cosa stai scrivendo? Un nuovo romanzo?
Purtroppo e, al contempo, grazie al cielo, non si tratta di romanzo. Lo sai, sono convinto che le specializzazioni impediscano per definizione un adeguato approccio alla complessità. Per formazione, professione e appunto per convinzione, pratico l’eclettismo: saggi sull’informazione, romanzi non di genere, ricostruzioni storiche, dossier d’impegno civile, biografie, eccetera. Questo non aiuta certamente a farsi largo con una spiccata fisionomia nel mare magnum mediatico, ma ti aiuta a capire di più e a fare cose, mi sembra e spero, più utili alla comprensione del mondo. Detto questo, la mia prossima uscita editoriale dovrebbe essere un impegnativo (almeno nel senso di voluminoso) saggio/dossier sul familismo in Italia. Sempre che riesca a trovare un editore, insieme, di buon livello e coraggioso.
Merce rara…
Merce rarissima.