POLITICA/STATO

LA ROTTAMAZIONE DI REPUBBLICA

PIETRO PETRUCCI
da InTrasformazione (*)

Chi ha letto la prima puntata del "Taccuino Ripieno" (1) ricorda forse come quel testo, dedicato al giornale-bastimento Corriere della Sera, si proponesse di rappresentare l’atmosfera a bordo del vecchio piroscafo milanese attraverso le gesta eroicomiche di uno degli ufficiali comandanti della nave, il vice direttore ad personam Aldo Cazzullo.
Fedele alla formula dell’intrattenimento semiserio, questa seconda puntata del Taccuino si occupa del quotidiano la Repubblica mettendo sotto osservazione il nuovo corso che vive questo giornale - fondato nel 1976 da Eugenio Scalfari per farne una "nave corsara" della sinistra – da quando è passato in mano alla multinazionale Stellantis e da questa affidato alla direzione di Maurizio Molinari.
All’esame del personaggio Molinari il Taccuino associa questa volta il vaglio del ruolo che svolge il
giornalista Francesco Merlo, scelto da Molinari come portavoce della casa.

*
I giornalisti reclutati da Eugenio Scalfari per avviare l’avventura di Repubblica contavano
di offrire agli italiani un quotidiano nazionale meno paludato, conformista e filogovernativo di
quelli gia esistenti. Sognavano un giornale europeo moderno, che considerasse il mondo non già
una palestra per gli esercizi politico-letterari del ‘grande inviato’, che si fa protagonista dei fatti
narrati, alla maniera di Montanelli e Oriana Fallaci, bensì un mosaico di realtà da studiare e
raccontare alla maniera antieroica del polacco Ryszard Kapuściński, maestro del reportage senza
boria né effetti speciali, coadiuvato dalla documentazione e dalle conoscenze linguistiche, mai
sprezzante nei confronti di paesi e popoli di cui è ospite.
Quando nacque Repubblica un giornalismo così, sprovincializzato e curioso, contava in
Italia sporadici esperimenti, tutti collegati a giornali atipici: il Giorno di Italo Pietra, inventato
dall’ENI di Enrico Mattei; l’Unità, organo del PCI fondato da Antonio Gramsci; e il quotidiano
romano a ciclo continuo (in edicola tre volte al giorno) Paese Sera, foglio “criptocomunista” per
antonomasia. Non a caso da queste tre testate proveniva il nerbo del primo equipaggio imbarcato
sulla goletta corsara di Scalfari, a bordo della quale non c’erano allora e non ci saranno per
qualche decennio né l’attuale direttore Maurizio Molinari, che nel 1976 entrava al ginnasio, né
l’editorialista Francesco Merlo che all’epoca usciva dall’università.
Si immagini lo stato d’animo odierno dei corsari di allora e dei loro lettori (dei superstiti di
entrambe le categorie) messi di fronte a un giornale che, venduto alla multinazionale
dell’automobile Fiat Stellantis e da questa affidato nel 2020 alla guida di Molinari, subisce oltre
all’inesorabile declino che investe l’intero settore dei quotidiani con annessa decimazione della
forza lavoro, anche una mutazione genetica del progetto editoriale di Scalfari.
Il nuovo corso di Repubblica sarebbe meno sconcertante se fosse solo il frutto amaro ma
inevitabile di un’operazione di mercato fra le tante, come la Mondadori passata a Berlusconi o la
RCS (Rizzoli Corriere della Sera) controllata da Urbano Cairo. Se il cambio di proprietà di
Repubblica risulta specialmente indigesto è perché questa compravendita contiene fra i suoi
codicilli un patto vagamente faustiano in virtù del quale Eugenio Scalfari, tuttora celebrato sulla
prima pagina del giornale come il “Fondatore”, non si limita a benedire la cessione del giornale -
anima e dépendances editoriali comprese - alla dinastia Elkann-Agnelli, ma avalla a scatola chiusa il nuovo corso affidato a Molinari: ricevendo in cambio il ruolo di regina madre sui generis, che
conserva l’uso vitalizio di un proscenio prestigioso per le sue performance post-giornalistiche:
poesia, filosofia, teologia, esplorazione dell’aldilà e dialoghi con Dio per il tramite del suo vicario
in terra.
Così è accaduto che un giornale “nato e cresciuto a sinistra” (Scalfari dixit) sia stato
affidato a un giornalista incolore come Molinari, nella cui storia è difficile trovare la benché
minima traccia di una qualsivoglia cultura di sinistra.

Così accade:
- che una testata votata a emulare il meglio del giornalismo progressista occidentale, nel
solco di Le Monde, Bbc, The New York Times, Suddeutsche Zeitung, The Guardian, El Pais,
abbia adottato con Molinari la Weltanschauung della destra repubblicana statunitense: sposando una lettura del conflitto mediorientale ispirata alle veline di Trump e Netanyahu e diluendo l’irrisolto
dramma palestinese in una soluzione semantica che riduce i territori occupati a semplici “territori”
e le cittadelle fortificate dove i coloni israeliani estendono l’annessione delle terre arabe a neutri
“insediamenti”;
- che Molinari infligga quotidianamente ai suoi lettori la riproduzione ossessiva e
multimediale (fino a cinque foto-video al giorno) della sua faccia malinconica, che un capriccio
della sorte ha plasmato a immagine e somiglianza del molosso magiaro Viktor Orban;
- che credibilità e rispettabilità della Repubblica vengano dissipate sparando in prima
pagina scoop risibili come l’intervista-soffietto a uno sconosciuto vizìr dell’Emiro di Abu Dhabi, o
le confidenze-pop della cantante Emma Marrone alla sua mentore Maria De Filippi.
Chi conosceva un po’ il Molinari direttore de La Stampa, governativo ad oltranza in
politica interna e atlantista incondizionato in politica estera, è sceso subito dalla nave, se poteva
permetterselo. Hanno lasciato firme apprezzate e popolari come Gad Lerner, Enrico Deaglio,
Pino Corrias. Qualche mese dopo, il decano degli inviati speciali Bernardo Valli (i cui novant’anni
saranno celebrati da Repubblica definendolo "il più grande reporter di guerra italiano della
seconda metà del Novecento") reagiva al tentativo di Molinari di censurargli un articolo sul
Medio Oriente sbattendo la porta anche lui. Seguiranno Luca Bottura, Attilio Bolzoni, Roberto
Saviano, Federico Rampini...
La redazione mugugna e le copie vendute continuano a scendere? Il plenipotenziario
Stellantis Molinari non fa una piega.
La prima contromossa arriva nel febbraio del ‘21 ed è la sostituzione del redattore cui è
affidato l’incarico delicato e strategico di curare la posta dei lettori. A Corrado Augias, classe 1935,
che cura la rubrica da vent’anni, subentra Francesco Merlo, classe 1951, cimelio di guerra
strappato da Repubblica al Corriere nel 2003. Augias, intellettuale polivalente di scuola RAI ed
Espresso che partecipò alla fondazione del giornale dall’ufficio di corrispondenza a New York,
eurodeputato del Partito Democratico dal 1994 al 1999, è il paradigma vivente del giornalismo di
sinistra di scuola scalfariana. E Merlo?
Il cambio della guardia avvenne al cospetto dei lettori, con una doppia intervista a
entrambi sulle colonne del supplemento culturale ‘Robinson’. Il diplomaticissimo Augias affrontò
la cerimonia come un brindisi per l’avvicendamento fra due ambasciatori e riconobbe al
successore "l’arte della zampata".
Merlo, meno pratico di cerimonie, esordì da portavoce del giornale mettendo il piede in
due staffe. Cominciò con un colpo al cerchio, dichiarando che il lettore a cui si sente più vicino
"sta dentro la cultura di sinistra, ma senza mai diventare fanatico" e rivendicò per l’occasione una
fugace esperienza giovanile presso il giornale antimafia palermitano L’Ora, di aperte simpatie
comuniste. Il colpo alla botte arrivò alle fine dell’intervista, quando rivelò quasi con commozione
il nome della sua guida morale: "Ho amato molto il Montanelli pacificato della Stanza, la rubrica
che teneva sul Corriere dopo la stagione militante del Giornale. Era come entrare in camera sua
con il camino acceso e ascoltarlo mentre ti raccontava il Novecento attraverso la sua vita….".
Merlo, scritturato da Repubblica nel 2003 ha aspettato diciotto anni per fare una sorta di
outing professionale, dichiarandosi missionario del verbo montanelliano in un giornale
tradizionalmente refrattario al fascino del più controverso giornalista italiano del Novecento;
all’ombra di una testata concepita come alternativa al conformismo congenito del Corriere e in
antitesi alla linea conservatrice-reazionaria de Il Giornale, fondato da Montanelli per rimpiazzare
il Corriere nel cuore della borghesia lombarda e per vendicarsi di Maria Giulia Crespi, l’editrice
che gli aveva negato la direzione di Via Solferino affidandola a Piero Ottone.

Ce n’era abbastanza già allora, insomma, per intuire che l’avvicendamento Augias-Merlo,
più che un semplice cambio generazionale, era il segno del trapianto di geni già avviato nel corpo
di Repubblica, per farne una variante del Corriere della Sera.
Mentre l’orfano montanelliano Merlo assumeva a bordo della testata ammiraglia della
flotta editoriale Gedi il ruolo di maître-à-penser, Maurizio Molinari procedeva senza esitazioni alla
rottamazione di assets e uomini anche vagamente classificabili di sinistra: dalla rivista Micromega
di Paolo Flores d’Arcais fino alla svendita del settimanale Espresso, figlio primogenito del talento
editoriale di Scalfari e fratello maggiore della Repubblica.
A questa mutazione genetica è dedicato il testo che segue, disordinato diario
dell’osservazione quotidiana delle gesta di Molinari e Merlo negli ultimi due anni.

*
18 ottobre 2020
La ‘Seconda Repubblica’ di Molinari, Trump e Netanyahu
Una premessa è necessaria affinché quel che segue non appaia un intervento gratuito.
Sono uno dei giornalisti che il 14 gennaio del 1976 firmarono il primo numero del quotidiano La
Repubblica e conosco Maurizio Molinari, il nuovo direttore del giornale, fin dai primi Anni
Novanta, quando scrivevo di politica estera per l’Indipendente, di cui Molinari era giovanissimo
caporedattore. Ci ritrovammo più tardi a Bruxelles, lui corrispondente della Stampa e io
portavoce della Commissione Europea. Ho dunque un’idea del suo retroterra politico-culturale e
conosco la frenesia con cui lavora giorno e notte, sfornando almeno un libro all’anno e un flusso
incalcolabile di articoli e interventi pubblici, nei salotti televisivi e in manifestazioni di ogni genere.
Fra le prime polemiche suscitate dall’arrivo Molinari alla guida di Repubblica seguo con
particolare attenzione quella riguardante il ri-posizionamento del giornale rispetto al conflitto
arabo-israeliano, allineandosi acriticamente alla diplomazia del tandem di estrema destra formato
dal premier israeliano Benyamin Netanyahu e da Donald Trump, suo sponsor. La questione mi
tocca perché il Medio Oriente era una delle competenze assegnatemi quando venni chiamato a
Piazza Indipendenza da Sandro Viola, fondatore del servizio esteri di Repubblica e per me un
"fratello maggiore", così come Bernardo Valli. Viola (che non c’è piu) e Valli: due maestri di
giornalismo che hanno raccontato il mondo intero – Medio Oriente compreso – senza paraocchi,
armati di buone letture, dubitando sempre e dando voce a tutti gli attori di ogni conflitto,
vincitori e vinti, oppressori e oppressi. Mai avrebbero immaginato che un giorno Repubblica
potesse affrontare la questione mediorientale schierandosi con Trump & Netanyahu.
"Un buon inviato speciale non intervista né i tassisti né gli ambasciatori" ironizzava Viola,
intendendo che entrambe le categorie sono costrette per mestiere a dire banalità.
Venerdì 16 ottobre 2020 un’intervista telefonica di Molinari all’ambasciatore degli Emirati
Arabi Uniti a Washington, tale Yousef Al Otaiba, è stata enfaticamente presentata da Repubblica
ai lettori come un grande scoop ("prima intervista concessa a un giornale europeo") sui retroscena degli "Accordi di Abramo", il pacchetto di compromessi politici e commerciali in base al quale Trump e Netanhyau hanno ottenuto da alcuni autocrati arabi del Golfo Arabo-Persico la
normalizzazione dei loro rapporti diplomatici con Israele.
Se solo un esperto puo’ giudicare a caldo questi Accordi di Abramo e valutarne la "storica
portata", basta un semplice cronista per accorgersi che l’intervista di Molinari a Yousuf Al Otaiba
ha le caratteristiche di una dozzinale operazione di propaganda a favore di due personaggi
controversi come Trump e Netanyahu, esposti entrambi al rischio imminente di perdere il potere
e la reputazione. Molinari lascia dire a Otaiba senza battere ciglio che l’Egitto-caserma del
generale Sissi rappresenta “la modernità in seno al mondo arabo”. E Otaiba stesso, dopo qualche
futile sarcasmo sull’ "impotenza palestinese" e sui “tentennamenti” di Joe Biden, chiarisce
l’obiettivo dell’intervista: "È importante che Europa e Stati Uniti siano allineati...".
Ora non ci vuole un diploma in scienze diplomatiche per capire che questo Otaiba è
appena un cortigiano – un ‘piccolissimo vizir’ - al servizio degli Al Nahyan, il clan tribale di Abu
Dhabi che fondo’ nel 1971 gli Emirati Arabi Uniti e da allora governa incontrastato su questa
federazione di sultanati che nella regione è seconda per peso economico e militare solo all’Arabia
Saudita. Si tratta di un’autocrazia fiocamente illuminata dalla figura del fondatore, lo sheikh
paternalista-modernista Zayed bin Sultan Al Nahyan (1918-2004), sul cui trono siede oggi il figlio
Khalifa bin Zayed (classe 1948, proprietario del Manchester City), affiancato dai fratelli Mohamed
bin Zayed (classe 1961) - alias “MBZ” - uomo forte del regime, principe ereditario e ministro
della Difesa; e da Abdallah bin Zayed, (classe 1972), ministro degli Esteri e firmatario dei famosi
Accordi di Abramo. Tutto in famiglia.
Vale la pena di aggiungere che il principale alleato di “MBZ” nella regione è il suo
omologo saudita “MBS” (Mohamed Bin Salman), uomo forte e principe ereditario a Riyad, quello
che ha fatto scannare il giornalista dissidente Khashoggi fra le mura del consolato saudita a
Istanbul.
L’emiratino MBZ, zerbinescamente presentato da Molinari come "il leader più potente,
autorevole e visionario del mondo arabo", è stato descritto dalla rivista americana Forbes come "un
dittatore che ha utilizzato le enormi risorse del suo paese per eliminare le tendenze democratiche regionali col pretesto di lottare contro l’estremismo islamico". Dice ancora Forbes che solo nel 2018 i rappresentanti di Abu Dhabi a Washington hanno distribuito 20 milioni di dollari ad agenzie specializzate nel lobbying in seno al Congresso, “fra i gruppi di riflessione e presso i mass media”. Da qui a pensare che gli scoop di fonte emiratina sono solitamente accompagnati da un obolo a chi li propaga il passo è breve. A pensar male...
Nello stesso 2018, durante una visita ufficiale di MBZ in Francia, la Procura della
Repubblica di Parigi ricevette due denunce contro di lui "per complicita con il reato di tortura e
crimini di guerra", una delle quali è stata affidata nel 2019 a un giudice istruttore. Entrambe le
denunce, promosse da cittadini del Qatar e dello Yemen, invocano la "competenza universale" -
concessa ai tribunali francesi al fine di perseguire i crimini contro l’umanità - per documentare di
fronte al mondo le violazioni sistematiche dei diritti umani da parte del regime emiratino
all’estero, partecipando alla guerra civile in Yemen, e in patria, reprimendo ogni forma di dissenso
politico e sociale.
Lo Stato di polizia su cui regna la famiglia Al Nahyan si regge su un paradosso
demografico. Quasi il 90 per cento della popolazione totale (8 milioni di persone) essendo di
origine straniera - frutto della massiccia immigrazione attirata dai petrodollari - e privata della
cittadinanza. Quanto agli autoctoni, un milione scarso, godono certo di un benessere diffuso, ma
sono anch’essi privi dei diritti democratici elementari: rappresentanza popolare, suffragio
universale, partiti, sindacati e liberta di opinione. Leggi e codici vigenti negli Emirati hanno la
Sha’aria coranica come fonte principale.
Questo "scoop Otaiba" del 2020 ricorda un’imbarazzante intervista al generale-satrapo
congolese Mobutu pubblicata nel 1988 da Repubblica, nel vano tentativo di facilitare al suo
azionista De Benedetti la scalata al colosso minerario eurafricano Société Générale de Belgique.
Maurizio Molinari ha già fondato la “Seconda Repubblica"?

24 ottobre
Due Yourcenar per le Memorie di Eugenio
Stando all’antica dottrina orfica della reincarnazione-trasmigrazione dell’anima umana -
nata nella Grecia di Platone e Pitagora (la metempsicosi) e professata ancora oggi in Asia fra
buddisti e induisti – non si puo escludere che autori contemporanei siano abitati dallo spirito di
grandi biografi del passato: da quello greco-romano di Plutarco (46 d.C. 126 d.C.) e delle sue
"Vite Parallele" (Βίοι Παράλληλοι) fino a quello di Marguerite Yourcenar (1903-1987), prima
donna accademica di Francia, che si impossesso letterariamente parlando della storia di Publio
Elio Adriano al punto da trasformarla in una prodigiosa "autobiografia" dell’imperatore romano
scritta venti secoli dopo la sua morte, le celebri "Memorie di Adriano".
Francesco Merlo e Antonio Gnoli, non avendo cosi tanti secoli da perdere, hanno dato
alle stampe un anno fa per l’editore Marsilio, il 24 ottobre del 2019, il libro "Grand Hotel
Scalfari", senza aspettare la morte del loro eroe. Hanno risparmiato tempo e anche fatica, visto
che la Yourcenar trasse la voce narrante del suo capolavoro dal proprio genio letterario mentre i
due Yourcenar di Scalfari hanno firmato come fosse frutto del loro ingegno la semplice
trascrizione di un’autobiografia orale che il vecchio narciso si e compiaciuto di ri-raccontare a
loro uso e consumo.
E siccome il narcisismo puo ottundere il senso del pudore, ecco riaffiorare dal
cyberspazio uno sconcertante video promozionale della Marsilio, messo in circolazione a ridosso
dell’uscita del volume, nel quale i due ventriloqui dell’Imperatore Eugenio, privi del supporto di
un giornalista-cerimoniere, come succede in tv, si intervistano a vicenda per quattro lunghi minuti
scanditi da una litania di ‘come dire’, ‘per certi versi’ e ‘in qualche modo’. Vicendevolmente
felicitandosi per ‘aver saputo dare voce a Eugenio’, per avergli offerto “una cornice di musica e
cultura”. In chiusura Merlo, raro esemplare di orfano montanelliano nei ranghi della Repubblica,
spiega che secondo lui Scalfari e Montanelli " sono le due gambe su cui si regge il giornalismo
italiano".
Su questa uscita di Merlo e sul suo “piedeinduescarpismo” bisognerà ritornare. Urge
piuttosto di fronte a questo sketch un dubbio : se è facile infatti capire il tornaconto narcisistico
di Scalfari nel partecipare all’erezione di un mausoleo dedicato a se stesso (tanto piu cedendo
magnanimamente ai suoi due biografi i diritti d’autore, a mo’ di acconto sull’eredita intellettuale);
e altrettanto facile capire il tornaconto di Merlo nel conquistarsi in seno al giornale il ruolo di
controfigura del Fondatore; assai meno facile risulta capire che cosa abbia spinto Antonio Gnoli,
uno dei piu brillanti e riconosciuti talenti del giornalismo culturale dei nostri tempi, a ballare
anche lui questo minuetto.

24 novembre
Una ciliegia sulla torta del pasticciere Mike Pompeo
Una certa inclinazione al surrealismo caratterizza le cronache mediorientali di Repubblica
da quando Molinari dirige il giornale e l’ufficio di corrispondenza a Gerusalemme (dove si sono
succeduti professionisti di prim’ordine come Alberto Stabile, Fabio Scuto, Enrico Franceschini
ed altri) e stato affidato alla freelance italo-israeliana Sharon Nizza, agit-prop del primo ministro
Netanyahu. Giornalista “di complemento”, Sharon Nizza e stata assistente parlamentare della exdeputata berlusconiana Fiamma Nirenstein, un’esaltata pupilla di Netanyahu che considera
Barack Obama “nemico di Israele” e che il premier di Israele cerco invano di imporre all’Italia
come sua ambasciatrice. La Nizza, dal canto suo, ha cercato senza riuscirci di ereditare il seggio
parlamentare di Nirenstein candidandosi in proprio alla Camera nel 2013, anche lei sotto le
bandiere berlusconiane. C’e da stupirsi che l’ufficio di Repubblica a Gerusalemme sia diventato
una sorta di succursale dell’ufficio stampa del premier israeliano?
Oggi, per esempio, Nizza descrive come una "ciliegina sulla torta" l’incontro semisegreto
in Arabia fra Netanyahu e il principe ereditario saudita Mohamed Ben Salman, alias MBS,
organizzato dal Segretario di Stato americano Mike Pompeo. Di quale torta sarebbe la ciliegia
questo vertice fra orfani di Trump tenuto da un Segretario di Stato vicino alla scadenza - come
tutti i prodotti della “Linea Donald” - da un leader israeliano anche lui in bilico e incalzato dalle
inchieste giudiziarie, e dell’uomo forte della teocrazia saudita, famoso soprattutto per avere
ordinato il sequestro e l’assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi a Istanbul un anno
fa? Dell’"alleanza contro l’Iran, pietra angolare della diplomazia statunitense”, spiega Repubblica,
ignorando le perplessita dell’Unione Europea non tanto sul contrasto alla teocrazia (repubblicana)
al potere a Teheran quanto sul patto stipulato fra l’ormai ex-presidente Trump, il sovranista
Netanyahu e alcuni sceicchi sunniti del Golfo Persico che governano legibus soluti.
Questa “ciliegia sulla torta” di oggi fa il paio con la "modernita araba" di cui si leggeva di
recente nell’intervista di Molinari a un dignitario degli Emirati Arabi e che sarebbe rappresentata
dall’Arabia Saudita e dall’Egitto del generale Al Sissi.
Con tanti saluti alla famiglia Regeni, agli amici italiani di Patrick Zaki incarcerato senza
spiegazioni al Cairo e al presunto ministro degli Esteri italiano Giggino Di Maio, "amico
personale "di Mike Pompeo.

13 gennaio 2021
Repubblica compie 45 anni e non c’è niente da festeggiare
Cari amici, in occasione del 45mo compleanno della Repubblica, nata il 14 gennaio del
1976, celebro la ricorrenza a modo mio, pensando al mio amico Sandro Viola (1931-2012) che del
giornale di Scalfari e stato un co-fondatore e una delle guide professionali e morali. E per non
essere sospettato di parzialita nel commemorare Viola, consiglio due letture: il paginone
(reperibile sul web) dedicato da Repubblica a Sandro all’indomani della sua morte, il 21 giugno
del 2012, quando il giornale era ancora diretto da Ezio Mauro, e questo “ricordo” di Alberto Stabile, inviato e corrispondente all’estero di Repubblica la cui carriera prima si e incrociata con
quella di Viola e poi ne e diventata una sorta di continuazione.

“Ero amico di Sandro Viola anche se non condividevo certe sue insofferenze, ma ne ammiravo la professionalità, la cultura e anche lo stile. Quella sottile ironia, quel non prendersi troppo sul serio. Credo che come giovane inviato di Repubblica ebbi la sua stima, ma l’amicizia arrivò quando da corrispondente a Gerusalemme, prima, e da Mosca poi, mi toccò ricevere le sue visite, o perlustrazioni, annuali che gli servivano per continuare ad avere, come si diceva allora, il polso della situazione in Medio Oriente e in Russia, due delle sue piazze di riferimento. Insieme andammo ad accogliere Arafat a Gerico e insieme aspettammo nei cortili dell’Hadassah Hospital di Gerusalemme le ultime notizie sull’ictus che aveva colpito Sharon. Non mancava di autostima, Sandro, ma era anche rispettoso del lavoro altrui. Quando chiamava per un confronto temporaneo, prima di mettersi a scrivere un commento, era capace di ascoltare ed eventualmente cambiare opinione. Con Bernardo Valli è stato forse l’ultimo dei grandi inviati speciali di una volta. Quelli che arrivavano sui posti, sulle notizie, mai sprovvisti del background giusto, una borsa di libri e una giacca elegante in valigia, ma anche capaci di cogliere al volo il dettaglio che spiega tutto. Ricordo un reportage a Madrid in cui Viola dedicò parecchie righe alla scomparsa dei lustrascarpe da Plaza de Oriente, un segnale del cambiamento, un po’ come le lucciole di Pasolini. E inviato, “soltanto” inviato ha voluto essere, fino a quando la malattia non lo ha catturato. Sorretto dalla stessa
insaziabile curiosità per le storie, la stessa attrazione per l’imprevisto e, aggiungerei, lo stesso amore per la vita che è stata un po’ la miscela, il carburante non soltanto di una carriera brillante ma anche di una esistenza gratificante. “Non passa mai”, mi disse, un po’ criptico, una sera a Gerusalemme, dopo aver mostrato al barman dell’American Colony la differenza fra Martini cocktail e Martini on the rocks”.

Aggiungo di mio che Sandro Viola non era affatto sensibile al fascino del giornalismo di
scuola montanelliana : muito pelo contrario come direbbero i portoghesi. E sconsigliava vivamente ai colleghi giovani di cercare di fare colpo sui lettori infarcendo gli articoli con nomi di autori e titoli di libri.

17 gennaio
Molinari, Netanyahu e Nelson Mandela
Il direttore di Repubblica Molinari, fino a ieri estimatore e oggi orfano di Trump (da cui
cerca goffamente di prendere qualche distanza), temendo che faccia la stessa fine di Donald un
altro dei suoi statisti di riferimento, il premier israeliano Netanyahu - prossimo a elezioni generali
anticipate (le quarte in due anni) e incalzato dalle inchieste giudiziarie - sostiene ‘Bibi’ meglio che
può.
Qualunque cosa faccia Netanyahu, in patria o in trasferta (Bahrein, Arabia Saudita,
Emirati Arabi), la nuova corrispondente di Repubblica a Gerusalemme Sharon Nizza e al suo
fianco, a terra e nei cieli, pronta a esaltarne la sagacia e il coraggio. E di oggi un reportage su
Netanyahu a Nazareth: una visita elettorale di un suprematista israeliano a caccia di voti arabi nei
Territori Occupati che agli italiani ricorda certe sortite di Salvini nel Meridione a caccia di voti
terroni.
Minore attenzione dedica Sharon Nizza agli oppositori del governo Netanyahu. Il 12
gennaio scorso, per esempio, "B’Tselem", una delle piu attive associazioni israeliane in difesa dei
diritti umani, ha pubblicato un rapporto in cui accusa le autorita di Gerusalemme di avere
instaurato "fra il fiume Giordano e il Mediterraneo (leggi nella Cisgiordania Occupata) un regime basato sulla supremazia di un gruppo su un altro - gli ebrei israeliani sui palestinesi - che riproduce la discriminazione etnica, giuridica e territoriale instaurata in Sudafrica ai tempi dell’apartheid" .
Di questo documento hanno dato conto i principali media israeliani insieme a
Washington Post, BBC, Guardian, Le Monde, El Pais etc. Ma Sharon Nizza e Repubblica non
hanno trovato il tempo di occuparsene. Forse perche l’intera storia dei rapporti di Israele con il
Sudafrica – fiorenti e cordiali ai tempi dell’apartheid e nettamente ridimensionati dopo la
liberazione di Mandela – non e fra quelle che si ricordano piu volentieri a Gerusalemme. Non a
caso nel 2013 Netanyahu, qualche mese dopo aver partecipato ai funerali della Thatcher, rifiuto di
associarsi ai suoi omologhi del mondo intero per rendere l’estremo omaggio a Nelson Mandela.

8 settembre
Merlo e Cazzullo, il concierge e l’ufficiale di picchetto
Una delle poche differenze tra Francesco Merlo e Aldo Cazzullo, i due giornalisti cui
Repubblica e il Corriere della Sera affidano rispettivamente il dialogo quotidiano con i lettori, sta
nel diverso spazio che scrittura e lettura occupano nelle loro vite. Di Cazzullo, che ha gia
pubblicato una trentina di volumi, e lecito sospettare che scriva piu libri di quanti non ne legga.
Mentre Merlo, che pur essendo piu vecchio di Cazzullo ha dato alle stampe appena una mezza
dozzina di titoli, da invece l’impressione di contare su letture piu vaste e meglio digerite. Eppure
si somigliano, piu di quanto si possa pensare.
Diversamente orfani di Indro Montanelli e del suo ambiguo mito, amano tutti e due
sfoggiare una certa familiarita con le scienze umanistiche, conoscenze linguistiche comprese. Ma
non allo stesso modo. A fronte delle performance solitamente maccheroniche di Cazzullo, Merlo
sembra uno che da del tu a Shakespeare e Moliere, ai classici latini e a quelli mitteleuropei. Cosi
ho creduto anch’io, fino a quando non ho letto che Merlo, per dare una lezione di coerenza ai
professori Barbero, Cacciari, Agamben e Vattimo, li marchiava, aggrottando il sopracciglio, come
“nobili intellettuali della Vieux Gauche”. Che sarebbe come dire “nobili intellettuali del Vecchio
Sinistra” (sic).
Merlo (classe 1951) e un uomo generoso e si puo pensare che quando incappa in qualche
topica “traduttoria” cio non dipenda solo da carenze linguistiche ma anche dal desiderio di non
mettere in imbarazzo il giovane collega Cazzullo (classe 1966) adeguandosi ai suoi ricorrenti
svarioni romanzi.
Ciascuno dei due interpreta l’incarico ricevuto come sa e come puo. Merlo fa la parte del
concierge del Grand Hotel Scalfari, sussiegoso ma ammiccante, mentre Cazzullo sembra l’ufficiale
di picchetto in servizio all’ingresso del Forte Solferino.

23 ottobre
Repubblica diventa l’‘Almanacco Molinari’'?
Concepito negli Anni Settanta per importare in Italia il giornalismo sobrio e affidabile
delle piu famose testate liberal d’America e d’Europa, la Repubblica ha cercato di tenere questa
rotta sotto la direzione di Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro, dal 1976 al 2016. Negli anni successivi,
complice la rivoluzione tecnologica che ha stravolto gli equilibri editoriali e messo al tappeto la
stampa cartacea, la compagine di testate radunata sotto la doppia bandiera Repubblica-Espresso,
svogliatamente gestita per qualche tempo dalla famiglia De Benedetti, ha navigato piu o meno a
vista, fino a quando non e stata ingoiata alla fine del 2019 dalla Exor, mascella finanziaria della
balena multinazionale FCA-Stellantis o come diavolo si chiama ora la Fiat.
La mutazione genetica subita dalla Repubblica-Stellantis e tanto vistosa quanto
multiforme. E ci sono dettagli piu eloquenti di altri, come la proliferazione di immagini del nuovo
direttore Molinari su tutte le pagine cartacee e virtuali, fin dalla prima mattina, quando ogni
abbonato riceve su ogni schermo digitale tenuto acceso, la copertina di "Anteprima Rep"
sovrastata dal sorriso del direttore. Su nessun altro giornale dell’emisfero occidentale il direttore
risulta il personaggio pubblico piu fotografato (cinque ritratti nello stesso giorno, il 22 luglio
scorso) e filmato in tutte le salse e con tutti i pretesti: un’intervista all’inviato speciale USA John
Kerry; un incontro con la commissaria europea Margrethe Vestager e il ministro Vittorio Colao;
un altro col sindaco di Roma Roberto Gualtieri; un forum in redazione; l’uscita del suo
ventottesimo libro di geopolitica; una comparsata in tv; la consegna dell’ennesimo premio
giornalistico.
Il capitolo premi merita qualche attenzione visto che Molinari inauguro la sua controversa
investitura a Repubblica istituendo il “Premio Giornalista della Settimana” da assegnare ai
redattori piu meritevoli: 600 euro lordi in busta paga. E siccome Molinari ai premi ci tiene, fa il
necessario perche i lettori sappiano – con foto allegata – di tutti i prestigiosi riconoscimenti
ottenuti: il ‘Magna Grecia Award’; il ‘Premio Testimoni della storia’; il ‘Premio Spadolini’; il
premio letterario ‘Val di Comino’ (Ciociaria) e via con targhe e medaglie da allineare a quelle gia
ottenute come direttore de La Stampa: il Premio Biagio Agnes; il Premio Amerigo; il Premio
Cinque Stelle (non c’entra Grillo, si tratta di un’onorificenza concessa dalla ‘Batani Select Hotels’
di Milano Marittima).
Il culto dell’impersonalità.

5 novembre
Il giornalista pesticida
“Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”
Caterina Caselli, 1967

Scrive oggi con tono oracolare Merlo nella sua rubrica di corrispondenza con i lettori: “I
giornalisti che di mestiere fanno le pulci agli altri giornalisti ...sempre sono parassiti”. Aldo Cazzulo l’aveva gia detto con parole sue: “Nulla di peggio del giornalismo sul giornalismo. Non mi sono mai permesso di giudicare un collega...”.
Merlo e più severo di Cazzullo. Fosse in parlamento, proporrebbe di includere nel codice
penale il reato di “leso collega”. Rileggiamo: “Questi giornalisti che di mestiere fanno le pulci agli altri giornalisti qualche volta sono pure arguti, ma sempre sono parassiti”. Erbacce. Nasce con Merlo il giornalismo antiparassitario, vermifugo, anticrittogamico, pesticida. Scritto con inchiostro al glifosato.
Non so se mi riesce di essere arguto, “qualche volta”, ma amo fare le pulci ai colleghi
giornalisti che scrivono spropositi. Soprattutto a quelli molto sicuri di se, come i Cacasenno dei
due maggiori quotidiani italiani. Provi Merlo a riscrivere la sua sentenza mettendo al posto dei
giornalisti, i politici, gli scrittori, gli uomini di spettacolo e cosi via. Ne risultera che chiunque fa le
bucce ai suoi compagni di categoria – o di corporazione? - “e sempre parassita”.
I tempi cambiano, in fretta e in peggio. Due leggendari maestri di critica e satira
giornalistica come Mauro Melloni ‘Fortebraccio’ dell’Unita e Sergio Saviane dell’Espresso l’hanno
scampata bella. Hanno avuto la fortuna di uscire di scena senza essere verbalizzati dai vigilantes
dell’Agenzia Merlo & Cazzullo, che ricorda certe milizie saudite e talebane incaricate di
“reprimere il vizio e promuovere la virtu”.

28 novembre
L’erudito nell’occhio
Sarebbe ingiusto e un po’ meschino “fare le bucce” a Francesco Merlo se il giornalista in
questione non amasse seppellire il lettore sotto colate laviche di erudizione, reminiscenze dotte e
calembour estemporanei. Un po’ ricorda la magniloquenza dannunziana e la mania delle citazioni
a raffica di Arbasino, ma ancora di piu ricorda a chi ha memoria degli Anni Cinquanta,
quell’impagabile personaggio televisivo, eroe di “Lascia o raddoppia?”, che fu Gianluigi Marianini
(Mondovi 1918-2009): esperto di moda e di costume, plurilaureato e fine esoterista, esibizionista
innocuo che soggiogava Mike Bongiorno e i telespettatori con un eloquio tanto forbito quanto
incontenibile.
Sarebbe ingiusto e un po’ meschino burlarsi di Merlo se fra le sue esibizioni predilette non
ci fosse lo sfoggio di una prodigiosa perizia linguistica e semantica riguardante lingue vive, lingue
morte come greco e latino e lingue moribonde come il siciliano.
Ferrato in inglese tanto da rilasciare attestati equipollenti all’ambitissimo diploma
internazionale TOEFL (Test of English as a Foreign Language), Merlo zoppica in francese. Scritto e
orale. Qualche tempo fa se la prese con alcuni filosofi italiani trattandoli da “nobili intellettuali
della Vieux Gauche” (Vecchio Sinistra). Oggi in un articolo che per mettere a fuoco la questione
Covid e la variante Omicron declina e commenta l’intero alfabeto greco, Merlo tira in ballo a un
certo punto il quotidiano francese “Courier Picard”: COURIER con una sola erre, all’inglese,
invece di COURRIER, come si dice in francese. Pignolerie? Certo, ma e come scrivere
CORIERE della sera, MATINO di Napoli o GAZETA dello sport.
Osservazione ingiusta e un po’ meschina anche questa, se non fosse che Merlo, quando
liquida come “parassiti” i giornalisti che fanno le pulci agli altri giornalisti, sembra dimenticare
qualche battuta di caccia alla pulce cui egli stesso ha partecipato. Memorabile la “vertenza
ereditaria” con il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio, andata in scena nel dicembre
del 2013 e riguardante appunto la successione morale di Montanelli, rivendicata da tutti e due.
Ebbe la meglio l’attaccabrighe Travaglio che mise a tacere l’inamidato Merlo ricordandogli come
lui (Travaglio) fosse stato assunto da “Indro” ben due volte - al Giornale e alla Voce - e Merlo
nemmeno una.
PS - L’ultima volta che Merlo e Travaglio si sono fatti le pulci a vicenda e in pubblico
risale al febbraio 2022, in occasione del trentennale di Mani Pulite. A Merlo che denunciava il
giornalismo “giustizialista” Travaglio ha risposto che di quel giornalismo aveva campato anche
Repubblica “per trent’anni, prima di mettersi in casa i Merlo”.

Dicembre 2021
Quando si prende un Gary per un altro: 13 anni a Parigi senza trovare i lumi
Ogni buon allievo di Montanelli tende come il Maestro a costruirsi un’autoleggenda da
“testimone del secolo”. L’Affabulatore di Fucecchio comincio giovanissimo, trasformando nel
1936 una ventina di giorni trascorsi sul fronte etiopico a rastrellare partigiani abissini (parola di
Angelo Del Boca) nella fantomatica epopea guerriera narrata in “XX Battaglione Eritreo”, il suo
primo libro. Non a caso il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani avverte, alla voce
‘Montanelli’ che “una manifesta predilezione per il verosimile rispetto al vero lo indusse [Montanelli] a frequenti alterazioni della realtà”.
Francesco Merlo, che ogni tanto ama lasciar cadere un “Montanelli mi disse”, adora nel suo
piccolo ricordare con la dovuta nonchalance “i tredici anni trascorsi a Parigi come inviato del
Corriere”. Tredici anni in terra straniera sono molti, tanto piu se passati in una capitale di forte
personalita come Parigi, fucina di storia e cultura capace di assimilare rapidamente
francesizzandoli grandi talenti stranieri come lo spagnolo Picasso (1881-1973), l’italiano
Modigliani (1884-1920), il romeno Emil Cioran (1911-1995) o il boemo Milan Kundera (classe
1929), che a un certo punto ha abbandonato il ceco per scrivere in francese. Anche il polacco
nato in Ucraina Joseph Korzeniowski alias Joseph Conrad (1857-1924), comincio quarantenne la
sua carriera di grande scrittore in lingua inglese.
Merlo scrive solo in italiano, assai forbito per la verita, perche non si e lasciato
francesizzare tanto. D’altra parte, come ha rivelato un giorno a una giovane giornalista catanese
preoccupata del suo estraniamento dalla madrepatria, anche durante i famosi 13 anni parigini,
passava in Italia “almeno sette mesi all’anno”. Il che ridimensiona brutalmente i famosi “tredici
anni” parigini. E in piu Merlo tiene famiglia nel Regno Unito.
Ecco perche quando frequenta la lingua di Moliere si sentono certi scricchiolii. Uno di
questi, particolarmente stridulo, e immortalato in un “audio-articolo” di Merlo, reperibile
nell’archivio multimediale di Repubblica, dedicato a tre esempi di diplomatici rivelatisi buoni
scrittori o viceversa. Dopo avere citato il francese Stendhal (1783-1842) e l’italiano Carlo Dossi
(1849-1910), [lo “scapigliato” lombardo consigliere diplomatico di Francesco Crispi che ebbe
l’idea di chiamare Eritrea la prima colonia africana dell’Italia ndr], Merlo evoca il caso dello
scrittore francese Romain Gary (Vilnius 1914, Parigi 1980) storpiando la pronuncia del nome e
del cognome in “Roman Gheri”.
Ora e vero che Merlo alle volte parla “traducendo dall’inglese” (come l’“ingegnere
Ronchey” di Fortebraccio) e altrettanto vero e che un errore di pronuncia costituisce peccato
veniale. Ma quel Romain Gary diventato Roman Gheri lascia sospettare un peccato ben piu grave,
cioe che Merlo abbia poca o punta dimestichezza con la vita e le opere di uno degli autori più
flamboyants delle lettere francesi nel secondo Novecento, unico ad aver vinto due volte il Prix
Goncourt: scrittore celebre (‘La promessa dell’alba’), aviatore eroe della resistenza antinazista,
grande seduttore, cineasta, diplomatico ed altro ancora.
L’alfabeto fonetico internazionale usato dai linguisti-fonetisti e usato nei buoni dizionari
enciclopedici raccomanda di pronunciare il cognome francese di questo scrittore [ga.ʁi] Gary e
non [ɡaɹi] Gheri, come suona invece il nome proprio del popolare attore western americano
Gary Cooper (che i francesi comunque storpiano in Gari Cuper). Aumenta questa allegra
confusione fonetica il fatto che il Gary francese, con l’accento sulla y, pubblico nel 1969 presso
l’editore Gallimard un suo romanzo scritto in inglese nel 1965 e intitolato The Ski Boom, autotraducendolo in francese con il titolo “Adieu Gary Cooper”.
Gheri ‘all’inglese’ al posto di Gary con l’accento sulla y e come se un anglofono dicesse
Calvaino invece di Calvino; un ispanofono Pirandeglio invece di Pirandello; un tedesco Zoldati
invece di Soldati. O un francofono ribattezzasse Giuas il povero Joyce.

10 gennaio 2022
La bananodatteromachìa, guerra immaginaria fra datteri e banane
Il “dattero colonialista” e “la banana antirazzista” sono le ultime facezie con cui
l’opinionista-fantasista di Repubblica Merlo cerca di stupire i lettori, partecipando buon ultimo
alla polemichetta botanico-politica sulle palme del Quirinale. Stacanovista dell’ossimoro e del
calembour, funambolo della citazione dotta, Merlo imbastisce ora qualche espediente storicoletterario al fine assai bislacco di vilipendere il dattero e magnificare la banana. La cattiva
reputazione della banana, argomenta il vulcanico editorialista etneo, e legata alla “repubblica delle
banane”, sarcastica etichetta coniata nel 1904 dal dimenticabile scrittore texano O. Henry e
riciclata con successo di pubblico e critica nel 1971 da Woody Allen nel suo film “Bananas”
(titolo italiano “Il dittatore dello stato libero di Bananas”) per mettere alla berlina certe
tragicomiche dittature latinoamericane.
Ma oggi, ironizza Merlo, prosopopeico, “solo per i tardo-barbudos della Revolución” la banana e
ancora simbolo di dittatura e corruzione.
La Vispa Teresa non avrebbe detto diversamente.
Che Merlo preferisca la prodigiosa erezione permanente della banana Chiquita, per di piu
in technicolor, alla desolante mosciaggine dello sgraziato dattero beduino si puo capire.
Prima di eccitarsi pero, Merlo farebbe bene a leggere qualcosa sulla storia, botanica ed
economica, della banana e delle immense risorse accumulate dal pugno di multinazionali che
hanno imposto manu militari la monocultura di questo frutto in Centroamerica e la sua
commercializzazione planetaria. Scoprirebbe una saga plurisecolare di lacrime sangue e colpi di
Stato, cominciata ai tempi di schiavi e piantagioni e non ancora finita. Cliccare per credere, su
‘United Fruit/Chiquita’, ‘Dole’ o ‘Del Monte’; oppure leggere “Le vene aperte dell’America
Latina” (Ed. Sur, 2021) dell’uruguayano Eduardo Galeano (1940-2015). E Galeano non e un
rompicoglioni terzomondista come me ma un vero letterato, autore di svariati testi teatrali e
dell’impagabile “Splendori e miserie del gioco del calcio” (Sperling & Kupfer).
Merlo non lo sa, ma non sono unicamente “i tardo-barbudos della Revolución” (copyright
Renato Rascel?) a considerare il nefasto business della banana come uno dei simboli della
prepotenza yankee. La pensano cosi’ quasi tutti gli attuali dirigenti politici sudamericani, con
buona pace della celeberrima banana pop di Andy Warhol e dell’altrettanto geniale italianissima
banana “di sinistra” disegnata da Altan, giustamente ammirate da Merlo.
Anche quella del dattero e una storia di lacrime e sangue, ma di segno opposto,
emblematica non dell’imperialismo coloniale ma delle sue vittime, i colonizzati. Ecco perche
questo “dattero colonialista” inventato da Merlo risulta un ossimoro fra i piu infelici del suo vasto
repertorio.
Frutto ipernutritivo del deserto che a differenza della banana non ha mai stravolto
l’ambiente naturale ne quello politico di alcun paese, il dattero e un pilastro della vita spartana dei
nomadi, come il cammello, la tenda, il te e la poesia. Purtroppo o per fortuna, il dattero essiccato
che mangiamo - esteticamente uno sgorbio di fronte alla banana - non e mai entrato nelle grazie
dei consumatori occidentali, a dispetto dei suoi preziosi effetti sul transito intestinale.
“Colonialista” il dattero, che in tutte le guerre di conquista degli imperi europei ha sempre
preferito la bisaccia del colonizzato allo zaino del colonizzatore? Come la palma, peraltro, che
Merlo cerca di ingraziarsi dipingendola come protettrice di Gesu e Maometto bambini, ma che in
realta e sempre stata con i suoi datteri angelo custode e fonte di "razioni alimentari strategiche"
per i figli del deserto diventati partigiani della resistenza anticolonialista. Eroi, tanto per restare
all’Africa settentrionale, come l’emiro Abd El Kader (1808-1883) che in Algeria dette filo da
torcere ai migliori generali francesi; come il Mahdi (1844-1885), guida carismatica di una
ribellione che umilio nel Sudan egiziano l’esercito imperiale britannico; o come il condottiero
della Cirenaica Omar El Mokhtar (1858-1931) fatto pubblicamente impiccare 72enne in Libia dal
criminale di guerra italiano Graziani.
Merlo, come altri reduci inconsolati della Legione Montanelli (Paolo Mieli e Vittorio Feltri,
Ferruccio De Bortoli e Marco Travaglio, Pierluigi Battista e Bruno Vespa, Aldo Cazzullo e la
buonanima di Enzo Biagi etc.) non si e mai interessato troppo alla storia dei colonialismi. Si
accontentano tutti di quella taroccata messa in circolazione dall’Affabulatore di Fucecchio.
Non fa eccezione Merlo, che montanelliamente tratta come secondari o comunque esotici
i popoli e gli avvenimenti storici situati al di fuori del suo orticello, mai incontrati lungo il
cammino culturale che lo ha condotto dalle aule del ginnasio salesiano di Catania fino alla Sala
Albertini del Corriere della Sera.

16 gennaio 22
Il derviscio rotante
Annali del giornalismo alla mano, l’opinionista di Repubblica Francesco Merlo nato a
Catania nel 1951 risulta il secondo più eminente giornalista etneo del Novecento dopo Alfio
Russo (Giarre 1902 – Roma 1976), direttore del Corriere della Sera dal 1961 al 1968. E visto che
siamo gia nel 2022, Merlo ha buone speranze di diventare anche il piu celebre giornalista catanese
del terzo millennio. Almeno pro tempore.
Attribuitosi da solo la patente di “giornalista per bene”, Merlo censura chiunque esprima
opinioni diverse dalle sue, ma lo fa eruditamente e in varie lingue.
Forse che non si sentiva in questi giorni, per dirne una, il bisogno di una messa a punto
“di alto livello culturale” sulla questione della candidatura di Berlusconi al Quirinale? Ebbene, per
saziarsi basta prendere fiato - e la Repubblica di oggi - leggendo l’articolo di fondo dedicato a
questo tema da Merlo. Achtung! pero, si tratta di un testo travolgente e ammaliante, impossibile da
riassumere, che ricorda le ipnotizzanti performance del derviscio tornante, di cui l’uomo comune
ammira il virtuosismo, chiedendosi come faccia a non girargli la testa, mentre lo studioso di
sufismo spiega che non di esibizione si tratta bensi di una forma estrema di
meditazione/elevazione.
Nessuno ha mai sentito il bisogno, per quel che se ne sa, di stabilire quanti giri al minuto
compia il derviscio, ma confesso di avere cercato artigianalmente di calcolare la frequenza delle
citazioni eruttate da Merlo: ne risulta una “forchetta” che va da sei citazioni per articolo (rilevate
in una puntata della rubrica merliana ‘La carezza’ - dedicata alla questione "cash o non cash?",
dove compaiono Einaudi, Manzoni, Gadda, Verga, Marx e il filosofo-sociologo Simmel) - fino ai
14 autori convocati in un pezzo su Mattarella e il Covid (De Chirico, Carra, Manganelli, Carmelo
Bene, De Crescenzo, il vicere Casimiro, [riservato ai lettori di Vincenzo Consolo], Zucchero,
Arbore, il Conte Zio di Manzoni, Woody Allen, Humphrey Bogart e gli Inti Illimani). Un piccolo
exploit a parte costituiscono i quattro nomi (Wilde, Godard, Montale e Harry Potter) contenuti in
una risposta ai lettori di 15 righe: una citazione ogni 3,5 righe.
Ma non ci sono limiti alla fantasia. Il 23 gennaio scorso, rispondendo a un lettore che gli
rimproverava di avere confuso l’ex segretario DC Benigno Zaccagnini (“l’onesto Zaccagnini”)
con l’ex-sindaco di Catania Scapagnini (“il farmacologo di Berlusconi”), Merlo improvvisa uno
sketch. Ammette l’errore scherzandoci su. I due personaggi in questione, spiega, “avevano in
comune solo il diminutivo ini che si ritrova in tanti italiani ‘fuori misura’...”. E recita a tradimento
una filastrocca di 31 cognomi, da Mussolini a Fellini, passando per il terzino milanista Maldini, il
sindacalista Landini e lo scrittore Pratolini.
A questo punto, senza piu fiato e quasi resipiscente, il fantasista etneo si chiede da solo:
“E un delirio?”.
A un mio amico le tiritere di Merlo ricordano le fantasmagoriche divagazioni di Alberto
Arbasino, a un altro la ridondanza della cassata siciliana. C’e chi ritrova nel fraseggiare di Merlo il
doppio tema del Bolero di Ravel in ipnotico crescendo e chi la petulante cadenza del disco rotto.
A proposito di Arbasino, citato spesso da Merlo come sua seconda fonte di ispirazione
intellettuale dopo Montanelli. Arbasino, che prendeva in giro l’egotismo degli “scrittori da
tinello”, se fosse vivo diffiderebbe probabilmente Merlo dal citarlo come maestro. E vero infatti
che anche Arbasino scriveva per Repubblica, ma era un cosmopolita di smisurata erudizione, un
prodigioso critico d’arte e di letteratura che giro il mondo in lungo e in largo senza mai guardare
dall’alto in basso, come Merlo e Montanelli, le civilta estranee al mondo eurostatunitense ne i loro
esponenti artistici o politici. Ad Arbasino basto un trimestre (non tredici anni) a Parigi nel 1956,
da borsista a Sciences Po, per nuotare come un pesce nella cultura francese – dialogando con Celine,
Cocteau, Mauriac, Simenon, Jean Renoir - e scrivere nel 1960 le pagine ancora oggi preziose di
“Parigi o cara” (Piccola Biblioteca Adelphi 1995).

10 febbraio
Il gallo francese, l’orso russo e il merlo siciliano
Francesco Merlo capisce pochissimo di vicende internazionali, ne ha mai sostenuto il
contrario. Il suo campo d’azione, speculazione e prestidigitazione e delimitato dai confini di una
acculturazione abbastanza vasta da apparire sconfinata a Merlo medesimo, ma non abbastanza da
darla a bere sempre e a tutti. Sollecitato dai lettori a intervenire anche su materie che non lo
appassionano, Merlo - per schivare la discussione senza sfigurare - imita due artisti del dribbling
dialettico, insuperati maestri di cinismo, come Montanelli e Giulio Andreotti. O se la cava
ricorrendo allo stile lapidario-oracolare del primo o inventa una “veronica” nello stile del secondo
(“amo tanto la Germania che preferisco averne due”, il potere logora chi non ce l’ha”, “Porta a Porta è la terza camera del Parlamento” etc.).
Sollecitato oggi a pronunciarsi sulla NATO (di cui Putin si dice vittima) e sul presidente
francese Macron, reduce da un tentativo di mediazione a Mosca fra Putin e l’Occidente, il
portavoce del maggiore quotidiano Stellantis risponde con due sciocchezze travestite da motti di
spirito.
“La Nato è una parola da riflesso condizionato dell’ideologia, quasi come l’altra: CIA”. Riflesso
condizionato? E di chi, del Cipputi trinariciuto di Altan? Peccato che nel 1976, l’anno in cui la
Repubblica nacque come giornale di sinistra, Enrico Berlinguer dichiarava al Corriere della Sera
che i comunisti italiani preferivano “l’ombrello della NATO a quello del Patto di Varsavia”.
L’unico riflesso ancora condizionato – forse dai vent’anni trascorsi al Corriere - e quello
di Merlo, il quale fa finta di non sapere che mentre la maggioranza degli italiani accetta e apprezza
l’adesione alla Nato e l’Alleanza Atlantica come due polizze di assicurazione, molto meno
numerosi sono nel nostro paese coloro che simpatizzano con i servizi segreti “atlantisti” stile CIA,
come faceva ieri Indro Montanelli e oggi Maurizio Molinari, direttore della Repubblica.
Quanto a Macron e Putin, Merlo ha perso un’altra occasione per tacere. Come giudica la
missione a Mosca del presidente francese?
“Molti giornali francesi ne hanno sottolineato la velleità, evocando la sproporzione fra gli animali che simboleggiano i due paesi, “gallo francese e orso russo”.
Molti giornali francesi? Il quotidiano Le Monde - che nel panorama mediatico francese
conta da solo piu di quanto il Corriere e Repubblica messi insieme contano da noi – ha definito il
viaggio di Macron come “la prima negoziazione diretta intrapresa da un dirigente occidentale con il capo del Cremlino dopo gli scambi di lettere fra Russia, Stati Uniti e NATO…”.
Merlo fa finta di non sapere o effettivamente non sa che dal primo gennaio del 2022 la
Francia esercita la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea e quindi Macron viaggia
e parla a nome di 27 Stati membri e dei loro 450 milioni di abitanti.

8 marzo
Il martirologio di Maurizio Molinari
Per una volta la foto con cui quasi quotidianamente Repubblica celebra il suo attuale
direttore ha una giustificazione in termini di informazione: le minacce di morte ricevute sul web
da Molinari, ad opera di un profilo pro-Putin che gli rimprovera il suo attivismo anti-Cremlino
sull’invasione dell’Ucraina.
Nessuno merita una morte violenta, nemmeno Maurizio Molinari. Detto questo,
l’emozione per le minacce da lui ricevute sarebbe piu sentita se Molinari stesso non fosse entrato
nell’aprile del 2019 nel suo ufficio di Repubblica, paracadutatovi dalla dinastia familiare Agnelli-
Elkann, scavalcando simbolicamente il corpo del suo predecessore Carlo Verdelli, giornalista di
sinistra che viveva da qualche tempo sotto scorta e avrebbe dovuto morire, secondo le minacce
ricevute dall’estrema destra italiana, proprio il giorno in cui arrivo Molinari. Quando si dice lo
stile Fiat.
Molinari fu accolto nell’aprile del 2019 dai duecento e passa giornalisti di Repubblica con
uno sciopero, e con un altro sciopero e stata accolta quasi tre anni dopo, l’8 marzo del 2022, la
notizia della liquidazione da parte della GEDI del settimanale Espresso, progenitore di tutto il
gruppo editoriale costruito da Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo.
“L’accorpamento di Repubblica e Stampa di Torino” ha scritto il 6 marzo scorso su Facebook
Paolo Boldrini, ex-direttore della Gazzetta di Mantova, quotidiano della catena GEDI, “ha già
provocato la vendita del Centro, quotidiano d’Abruzzo, e della Città di Salerno. Poi è stata affittata La Nuova Sardegna, appena venduta e sono stati ceduti il Tirreno, la Gazzetta di Modena, la Gazzetta di Reggio e la Nuova Ferrara. Sui pochi quotidiani rimasti ci sono voci di trattative, a conferma che a Gedi interessano solo Repubblica, Stampa e Secolo XIX. Senza contare le chiusure di centri stampa, tra cui quello di Mantova a Valdaro, un gioiello di tecnologia.”
L’autorottamazione GEDI continua inesorabile.
La sera dell’8 marzo Molinari ha preferito, anziche affrontare la sua redazione in
assemblea, recitare a mezza voce in un salotto televisivo un tediosissimo “ragionamento
geopolitico” che avrebbe riassunto piu lucidamentee in poche decine di righe un’analista di
politica internazionale competente ed essenziale come Marta Dassu, una delle firme di sinistra
che ancora scrivono su Repubblica, in mancanza di alternative serie.

Senza data
“Montanelli ci ha insegnato a rispettare i nemici”
Cosi scriveva Merlo nel giugno del 2020, qualche mese prima di mettere mano alla
“montanellizzazione” di Repubblica, operazione intellettualmente sconcertante e fattualmente
mistificatoria.
E non c’e bisogno di infliggere al lettore la lista di tutte le farfantarìe di Montanelli per
misurare l’impudicizia di Merlo quando racconta che “Montanelli ci ha insegnato a rispettare i nemici”.
Sarà utile dare qualche esempio del rispetto che “Cilindro” tributava ai suoi antagonisti.
Degli africani, suoi “nemici” durante l’invasione fascista dell’Etiopia, scrisse: «Con i negri
non si fraternizza. Non si può. Non si deve. Almeno finché non si sarà data loro una civiltà». (Civilta Fascista, gennaio 1936).
Angelo Del Boca, che rivelo i crimini di guerra italiani nelle colonie, racconta cosi il fair
play di Montanelli: “Per trent’anni, metodicamente, mi mise alla gogna”.
Gli anarchici, metodicamente additati dal Giornale di Montanelli quali responsabili della
strage di Piazza Fontana nel 1969, dovettero aspettare un intervento del Tribunale di Catanzaro
nel 1980 per ottenere le scuse di Montanelli in persona davanti ai giudici.
“Sciacalla” fu il simpatico epiteto con cui Montanelli e Giorgio Bocca (!) trattarono la
giornalista dell’Unita Tina Merlin che dopo il disastro del Vajont dell’ottobre 1963 denunciava le
responsabilita – poi accertate – dell’azienda elettrica veneta Sade.
“Dispotica guatemalteca” fu la riverente etichetta che Montanelli affibbio a Maria Giulia
Crespi, rea di avergli negato la direzione del Corriere.
“Ah! La Sicilia! Voi avete l’Algeria, noi abbiamo la Sicilia. Ma voi non siete obbligati a dire agli
algerini che sono francesi. Noi, circostanza aggravante, siamo obbligati ad accordare ai siciliani la qualità di italiani”. Da un’intervista di Montanelli a Le Figaro Littéraire nel febbraio del 1960, in piena guerra d’Algeria.
Tale padre spirituale - tale figlio. In veste di apostolo montanelliano, Merlo ha fornito la
prova piu alta del suo rispetto per l’avversario firmando un increscioso articolo - “L’utopia di
Gibellina, un disastro spettrale” (la Repubblica, 14.08.2011) - in morte del senatore siciliano e
sindaco di Gibellina Ludovico Corrao: un politico-intellettuale visionario e coraggioso,
specialmente inviso a Francesco Merlo.
Tre le colpe etiche ed estetiche stigmatizzate nell’articolo: il passaggio di Corrao dalla Dc
al Pci negli anni Cinquanta ai tempi del famigerato milazzismo; gli “oltraggi” all’arte e
all’architettura contemporanee commessi durante la ricostruzione-speculazione di Gibellina
diretta da Corrao; l’omosessualita.
Un appello assai farisaico apre questa catilinaria funebre contra Ludovicum: “Vorrei invitare
chi crede in Dio a pregare per Saiful Islam, il giovane del Bangladesh che ha ucciso a coltellate Ludovico Corrao, il suo generoso principe...”. Spiega poi Merlo con fine metafora che l’omicida appartiene alla categoria dei “badanti sessuali del Terzo Mondo” e che era al servizio di un notabile “geniale”, “sontuoso”, bardato di “mantelli neri, lini e panama bianchi”, “padrone di casa del terremoto come risorsa”.
Eccoci al cuore del vituperio: “Il terremoto cambiò la mente e l’abito di tutti, non di Corrao che era
già un sottosopra (sic). E il terremoto mise in subbuglio anche la libido nel Belice: si sa che dopo la catastrofe il sesso diventa un bene rifugio.”
E siccome Merlo non dismette la saccenza nemmeno quando scrive nefandezze,
infarcisce l’articolo in questione con 24 nomi di autori e personaggi illustri e un prontuario di sei
opere dell’ingegno: libri, canzoni, film e musei.
 

(*) InTrasformazione, Rivista di Storia delle Idee, 11.2022, Patrocinata dall'Università degli Studi di Palermo 

(1) InTrasformazione 10.2021, Narrazioni