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LA ROTTA DELLA SPERANZA
di Giuseppe Marchetti Tricamo

CESIRA FENU

In questi nostri giorni tragici per la pace e per il rispetto dei diritti umani in ogni parte del mondo, a oltre 75 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 10 Dicembre 1948, vado col pensiero ad anni di guerra e persecuzione, di delirio di onnipotenza. Anni di terrore, di abissale buio della ragione preconizzato icasticamente in apertura del secolo dall’Urlo di Munch in cui non esiste l’Uomo ma una bocca urlante che esprime l’angoscia dell’esistere, rendendo anche con il colore dai contrasti stridenti e fortemente materico l’angoscia cosmica.

Il 27 gennaio si è celebrata la Giornata della Memoria, memoria della Shoah, della realizzazione di quella che fu definita dai nazisti la soluzione finale del problema ebraico. Gli ebrei erano profondamente integrati nella vita sociale, culturale e economica della Germania e avevano indossato la divisa tedesca combattendo nella Prima Guerra Mondiale. Essi si sentivano profondamente cittadini tedeschi. Ma tutto ciò non verrà riconosciuto da Hitler e accoliti e in seguito alle Leggi di Norimberga e alla Conferenza di Wansee in cui si decide la Soluzione finale gli ebrei saranno stigmatizzati, perseguitati, deportati nei Lager dai nomi tristemente noti e gasati col Zyklon B appena giunti e se riconosciuti abili al lavoro, sfruttati e costretti, in condizioni di estrema cachessia, a lavorare nelle fabbriche all’interno del Lager, come testimoniato da Primo Levi in Se questo è un uomo.

In questo contesto di terrore e orrore si svolge la testimonianza raccontata con delicatezza e finezza d’animo, da Giuseppe Marchetti Tricamo che ripercorre la vicenda che riguardò suo padre, Nino Marchetti, che da eroe silenzioso, marinaio nella nave della Marina Militare Camogli, trasse in salvo nel Mar Egeo tempestoso e disseminato di mine, i naufraghi di un battello fluviale diretto in Palestina col suo carico di ebrei, vite, che fuggivano dalle persecuzioni naziste. Ben cinquecento

persone a bordo del Pentcho avevano compiuto un viaggio di oltre cinque mesi lungo il Danubio, il Mar Nero, il Mediterraneo e l’Egeo dove furono sospinti dalla burrasca sugli scogli di una minuscola e deserta isola, Kamila-Nisi. E, soccorsi dalla Nave Camogli, molto si prodigò Nino Marchetti.

Nel libro La rotta della speranza edito dalla Casa editrice Ibiskos-Ulivieri, Giuseppe Marchetti Tricamo, già dirigente Rai e Direttore di Rai Eri, oltre che docente all’Università di Roma La Sapienza, fondatore e direttore fino a qualche anno fa della rivista culturale Leggere:tutti, racconta con profondo affetto e puntualità la storia che vide protagonista suo padre che non rivelò mai ai familiari la sua impresa.

Nino Marchetti è stato definito con una bella espressione eroe di pace in tempo di guerra. Giuseppe Cesaro nella Prefazione sottolinea la profonda empatia che mosse Nino al suo atto eroico. Egli si tuffò tra i marosi a salvare vite, esistenze che racchiudevano emozioni, stati d’animo, paura, speranza, vissuto. Penso anche che fosse spinto da una profonda compassione nel senso latino del termine: cum passio, patire-con, partecipare alla sofferenza dell’altro, e non nel senso che solitamente usiamo di una sorta di pena per l’altro.

Ma veniamo alla vicenda. Nell’incipit del libro l’Autore sottolinea l’importanza del ricordare, del non dimenticare perché noi siamo la nostra memoria. Meno ricordiamo, meno siamo. E’ l’oceano scuro della dimenticanza che ci avviluppa impedendoci di vedere, andare oltre e fare tesoro del passato.

Racconta l’Autore che all’alba del 18 Ottobre 1940 la nave Camogli partì dalla base italiana di Portolago a Lero, nelle Sporadi meridionali, Mar Egeo, alla ricerca, col mare procelloso e minato, dei naufraghi del battello fluviale Pentcho che, partito da Bratislava e disceso il Danubio, aveva incontrato l’ostilità delle popolazioni rivierasche che accoglievano ogni tentativo di approdo con tiri di fucile sulla prua. La situazione a bordo si era fatta critica, mancavano acqua e cibo ma il dado era tratto e la speranza faceva sognare la Palestina, la Terra Promessa dove trovare rifugio e ristoro. I cinquecento, uomini, donne, bambini piccolissimi e anziani avevano trovato un’Arca diretta verso la salvezza. Nino Marchetti, messinese, fortissimo nuotatore, si impegnò oltre ogni resistenza fisica a trarre in salvo i naufraghi. Il salvataggio durò oltre una settimana. I naufraghi furono condotti in un campo presso Rodi dove patirono il freddo, il caldo e il tormento dei parassiti e la fame. Nino Marchetti si impegnò prima a donare la sua cabina, sebbene ciò fosse vietato dalle leggi razziali, a quindici persone alle quali forniva anche cibo e poi a portare cibo anche al campo di Rodi pur essendo fatto oggetto di maltrattamenti da parte dei tedeschi. I salvati lo ringraziarono con lettere toccanti, ciò che di più caro Marchetti conservò in silenzio nel suo cuore. Egli, campione di nuoto nella sua Messina, amava il nuoto di fondo e si spingeva al largo della Baia di Paradiso da dove poteva ammirare lo splendido panorama. Marchetti seguì la vicenda dei suoi amici salvati anche quando furono trasferiti al campo di concentramento Ferramonti di Tarsia da dove saranno liberati nel Settembre del 1943 dagli Alleati e in particolare appartenenti al Palestine Regiment, costituito da ebrei di Palestina arruolati nelle file dell’esercito britannico.

Ormai liberi presero la via della Palestina e alcuni degli Stati Uniti. Nino Marchetti fu ricoverato più volte per i postumi della grande fatica mentre i salvati continuarono a scrivergli e nel 1972 due di loro gli fecero visita nella sua abitazione di Riviera Paradiso. Così i familiari poterono conoscere la storia di cui Nino non aveva mai parlato. Qualche mese dopo fu lui a essere accolto in Israele. Il nostro eroe di pace in tempo di guerra ricevette riconoscimenti e encomi e medaglie dalla Marina e nel 1980 fu insignito dal Presidente della Repubblica Pertini dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica.

Moltissimi gli articoli e la partecipazione per la sua scomparsa. E iniziative anche da parte di scuole per raccogliere le testimonianze e far conoscere la storia e la Shoah.

Nino Marchetti decise che doveva rendere memoria della sua minima vicenda, quella che direbbe De Gregori, vede protagonisti gli individui che come tanti spilli sotto il cielo realizzano la grande Storia. Ecco, sottolinea Giuseppe Marchetti Tricamo, in questa toccante testimonianza amorevole di figlio, che è fondamentale la memoria, non si deve dimenticare, non deve andare perso il ricordo di tanti fatti dolorosi e degli orrori che le guerre portano con stermini e massacri ma vedono anche l’iniziativa di tanti che dicono NO! Eroi minori solo in apparenza e indispensabili per dare fiducia all’umanità dolente e fanno sì che una luce sia sempre in fondo al tunnel, una luce che illumina le tenebre della ragione. Come Nino!

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