COSTUME

LO STREGA
DI DESIATI,
I PUGLIESI
E LA NETTA
DIFFERENZA
FRA ROMANZI
DI GENERE
E NARRATIVA
LETTERARIA

Beppe Lopez intervistato da Stornaiolo

Allora, che mi dici di Mario Desiati? Un pugliese premio Strega è un riconoscimento, oltre che per lo scrittore locorotondese-martinese, anche per il crescente protagonismo dei nostri narratori di successo: Gianrico Carofiglio, Nicola Lagioia, Giancarlo De Cataldo, Gabriella Genisi… O no?

Ti dico subito che mi è piaciuta molto la sua prima dichiarazione, da vincitore del più importante premio letterario italiano, dominato e deciso, come la gran parte dei premi e delle rassegne letterarie "più prestigiose", dalle case editrici più importanti e in particolare dal gruppo editoriale italiano più potente, vale a dire la Mondadori…

Gruppo al quale appartenevano cinque dei sette finalisti dello Strega, compreso il libro di Desiati Spatriati. Ma dimmi cosa ti è piaciuto della sua prima dichiarazione.

Mi è piaciuto che lui, appena ricevuto il premio e nonostante il suo look modernista, abbia ribadito con le parole - dopo i fatti, cioè i suoi libri - di fare riferimento agli scrittori del Novecento. Che lo abbia fatto citando in particolare tre scrittrici pugliesi: Mariateresa Di Lascia, Maria Marcone e Rina Durante. Che abbia addirittura rivendicato la dialettalità dei titoli dei suoi due ultimi romanzi, Ternitti, con cui concorse allo Strega nel 2011 e appunto Spatriati, con cui lo ha vinto stavolta (pur non avendo quasi niente a che fare con l'ormai notevole diffusione del ricorso al materiale dialettale pugliese, notoriamente inaugurato nel 2000 col mio romanzo mondadoriano Capatosta). Mi è piaciuto, ancora, che nelle interviste del giorno dopo abbia approfondito il suo rapporto, la sua collaborazione e la sua amicizia con l'amico di scuola e di sogni Alessandro Leogrande, prematuramente scomparso come Di Lascia. Che abbia inserito anche Maria Corti fra coloro che "hanno avuto una grande influenza nel delineare la mia scrittura".

Scusa, ma perché, non ti piace il suo look? Leggo da Repubblica: "Desiati vestito da Valentino ha al collo un collare fetish con una blusa di seta monacale, diviso a metà anche nel look, tra la cattolica Martina Franca e i locali hard di Berlino. Scarpe e mascherina arcobaleno". Look variamente descritto così sul Fatto Quotidiano: "Vestito con un collarino nero da dama settecentesca, un lungo camicione bianco a punta sul davanti, fazzolettino lgbtqplus nel taschino, ombretto azzurro, mascara e soprattutto ventaglio rosa". Ci trovi qualcosa di strano?

… Look a parte, mi piace…

Come "look a parte"? Il look è importante. Lui ha detto che voleva giocare ricordando, con ogni pezzo indossato, pezzi del romanzo. Ha pure detto: "Ho giocato con make-up e accessori: nell'insieme sembravo un turista al sex club berlinese KitKat, ma mi sono divertito. Oltre che lanciare un messaggio". Eccolo: ha indossato tutti i colori del movimento Lgbtq. "Una battaglia che condivido. Spatriati è una elevazione al cubo della parola Queer che indica coloro che non si definiscono: sessualmente, professionalmente, geograficamente. Dei tanti che non si vogliono definire e che a volte subiscono una pressione sociale per averlo fatto".

A proposito di autodefinizione e di pressione, lui ha detto più volte che non voleva partecipare allo Strega, ha fatto sapere che si sarebbe deciso solo dopo le insistenze di molti amici scrittori ed editor e dopo la presentazione ufficiale da parte del suo vecchio amico Alessandro Piperno (già premio Strega) e infine, dopo la vittoria nel Ninfeo di Villa Giulia a Roma, ha ripetuto nelle varie interviste che non vedeva l'ora di tornarsene a Berlino per "la scrittura del nuovo libro" e alla "tranquillità privata". È come se non avesse voluto definirsi come candidato allo Strega (essendolo già stato peraltro undici anni fa con Ternitti) e che lo avrebbe fatto subendo una pressione sociale. È una vita che Desiati sembra voler sfuggire a una definizione professionale, di competenze e di relazioni (e anche geografica e forse sessuale) eppure, di volta in volta, venendone preso e riuscendo ad andarsene, come se potesse ricominciare da zero. Classe 1977, a Martina Franca fa il giornalista, frequentando Paolo Aquaro e suo figlio Angelo (poi inventore e responsabile dell'inserto letterario di Repubblica Robinson). Si laurea in giurisprudenza e fa pratica in uno studio legale. Nel 2003, a 26 anni, è a Roma, alla Mondadori, come caporedattore di Nuovi Argomenti, diretto prima dal mito napoletano Raffaele La Capria e poi dallo scrittore e critico letterario Enzo Siciliano (poi presidente della Rai). Lavora con Piperno. Conosce e si fa apprezzare dai big mondadoriani Antonio Franchini (oggi direttore editoriale di Giunti), Renata Colorni e Ferruccio Parazzoli. Intanto Leogrande fa più o meno il suo stesso lavoro, a Roma, presso la rivista di Goffredo Fofi Lo straniero, di cui è per dieci anni vicedirettore. Dal 2008 al 2013 Desiati è direttore editoriale della Fandango libri, fondata dal produttore cinematografico di origini baresi Domenico Procacci, che poi produrrà il film tratto dal romanzo di Desiati Il paese delle spose infelici… Ha scritto, a parte il primo romanzo del 2003 con la Pequod, sei romanzi con la Mondadori, uno con Laterza e due con Einaudi. Ha vinto i premi Volponi, Ferri-Lawrence, Mondello, Vittorio Bodini e ora lo Strega... Insomma Desiati sembra saper correre, aver corso e insieme improvvisamente fermarsi. Conosce gente, frequenta, compare sui giornali, poi improvvisamente scompare, per mettersi a scrivere e ricomparire con un libro ben fatto, apprezzato e premiato… Ho l'impressione che, quando spiega e traduce la parola dialettale spatriati come "irregolari della vita in fuga dagli stereotipi imposti dalla società", riveli come lui stesso si percepisca. Magari anche autocriticamente, rispetto agli inevitabili momenti e passaggi esistenziali e professionali precedenti la fuga.

Insomma, look a parte, questo Desiati ti va a genio, ti piace?

Mi piace che non sia passato dall'altra parte della barricata, quella degli scrittori da fiction (anche se, a quanto pare, stavolta la Mondadori ha già firmato per una serie di Spatriati con Netflix). Mi piace che si sia confermato - con questo libro, vincendo un premio come lo Strega e nelle orgogliose, coerenti dichiarazioni del dopo-vittoria - nel sempre più ristretto gruppo di scrittori di successo radicati nell'idea e nella pratica dell'approccio puramente letterario alla scrittura. Questo in alternativa al romanzo di genere - in realtà sempre virtuosamente penalizzato allo Strega - nel quale eccellono le indagini dei vari commissari, i gialli, i thriller, i noir et similia, campioni delle classifiche di vendita e delle traduzioni in fiction, e molto praticati proprio dai narratori pugliesi oggi più di gran nome.

Ripartiamo dai primi nomi da lui fatti: Mariateresa Di Lascia, Maria Marcone, Rina Durante, Alessandro Leogrande e Maria Corti.

Il livello degli ultimi tre è indubbio. In particolare io ho una grande considerazione per Rina Durante, alla quale sono stato particolarmente legato anche dal punto di vista dell'amicizia e della professione (abbandonando la Gazzetta, collaborò attivamente con me, nel 1979-81, quando fondai e diressi a Lecce il Quotidiano). Il suo romanzo La malapianta del 1964 fu un'operazione che ricorda molto la mia Capatosta del 2000, in particolare per il lavoro sul linguaggio e per l'attenzione alle classi subalterne, oltre che per aver vinto l'allora prestigioso Premio Salento come io vinsi l'allora prestigioso Premio Bari. C 'è anche da dire che la Di Lascia, prematuramente scomparsa, fu una politica e dirigente radicale, e lo Strega vinto nel 1995 dal suo romanzo postumo Passaggio in ombra, edito dalla Feltrinelli, fu il risultato di una potente operazione promozionale di Marco Pannella. Ricorda Desiati: "Ebbe su di me l'effetto di una sorta di choc: avevo 18 anni, frequentavo l'ultimo anno del liceo e allora ebbi la rivelazione che la grande letteratura non si fermava all'Ottocento". Uno choc che si può capire a 18 anni, ma che, se ti porti avanti per una vita, può diventare solo il disvelamento di un'adolescenzialità, con il suo carico di capacità di stupore, che in un narratore intenso è un pregio, ma in un osservatore un'insidia da cui guardarsi.

Tu ne avresti fatti altri di nomi novecenteschi?

Per esempio, Giorgio Saponaro (troppo borghese, forse ma autore di un centinaio di libri, molto apprezzato da Moravia e collaboratore proprio della moraviana rivista Nuovi Argomenti), e naturalmente Tommaso di Ciaula (Tuta blu fu pubblicato da Feltrinelli del 1978)…

E Beppe Lopez?

Evidentemente Desiati mi ha ignorato, insieme a Saponaro e Di Ciaula, avendo collocato il mio esordio narrativo nel 2000 con Capatosta e i miei lavori narrativi successivi nel post-Novecento. Devo piuttosto rilevare un'assenza ancora più sorprendente, almeno a leggere i giornali: in tutte le interviste e le cronache relative a questo premio Strega - il terzo attribuito a un pugliese, dopo appunto Di Lascia e Nicola Lagioia - manca un qualsiasi riferimento all'autore di Ferocia e direttore del salone del libro di Torino. Lagioia ha solo quattro anni meno di Desiati e Leogrande, hanno fatto più o meno la stessa strada nello stesso periodo, chissà quante volte Desiati si sarà incontrato e/o scontrato con Lagioia. Per le edizioni dell'Asino, Desiati, Lagioia e Leogrande hanno curato Il caso Puglia. Un diverso Mezzogiorno… Eppure, nemmeno una parola, nemmeno un ricordo. Fatti loro.

Si può dire che fra i due non possa non esistere una naturale concorrenza. Ho fatto una ricerca. Sin dal 2010, su Repubblica, lo storico della letteratura Alberto Asor Rosa parlava benissimo di tutt'e due. "Due giovani scrittori che sembrano annunciare un meridionalismo di tipo nuovo, totalmente autocritico direi... La loro provincia non è folclorizzata per niente né ci viene prospettata attraverso il neorealismo. Perché qui la riscoperta della provincia, in questo caso la Puglia, è operata con intenti espressionistici invece che d'impronta neorealista... È il modo di vedere attraverso la filigrana della provincia una certa forma della modernità. Usano la provincia come tracciato per leggere i nostri tempi… Certo mai fare previsioni in letteratura, ma credo che da Desiati e Lagioia potrà venir fuori qualcosa di realmente molto importante. Purché non abbiano fretta, la cattiva consigliera dei giovani letterati. E la fretta è quasi connaturata al mestiere, perché non appena si ha un minimo di successo si viene pungolati alla produzione e questo produce esiti catastrofici".

Non ricordavo queste valutazioni e previsioni di Asor Rosa. Debbo ammettere, a leggerle oggi, particolarmente lucide, quasi profetiche. Non so quanto i due c'entrino con il meridionalismo, vecchio o nuovo, autocritico o meno. Non so se, alla fine, siano effettivamente rimasti estranei a un folclore pur di nuovo conio. Non so nemmeno quanto abbia loro giovato essersi mantenuti ben lontani dal neorealismo o da un neo-neorealismo. Credo che a usare la provincia per leggere in una qualche maniera i nostri tempi sia stato più Desiati, mentre in un'altra qualche maniera Lagioia mette la provincia al servizio di canoni esterni ad essa ed anche ai nostri tempi, canoni diciamo così di tipo tecnico-editoriali. Dai due, certo, non si può negare che sia venuto fuori "qualcosa di realmente molto importante", come antivedeva Asor Rosa. Infine, se proprio si vuol vedere in uno dei due qualche défaillance dovuta alla fretta, fatale cattiva consigliera, si deve onestamente dire che Desiati -per quanto abbia potuto seguirlo e sembrerebbe emergere dalla sua biografia- mi sembra essere stato più volte tentato, ma più volte ha saputo resistere o tornare indietro. Invece Lagioia è partito ed è andato avanti come un treno… Redattore con varie case editrici, ghost writer, scrittore di libri, sceneggiatore di testi su commissione, scrittore in proprio, romanziere (una volta con Minimum Fax e quattro con Einaudi), scrittore a più mani, scrittore di racconti, saggista, filmaker (con Rai e Netflix), conduttore radiofonico, direttore della collana di letteratura italiana di Minimum Fax, conduttore della rassegna quotidiana delle pagine culturali di Rai Radio 3, selezionatore e giurato alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, curatore di antologie, collezionista di premi prestigiosi (Lo Straniero, Scanno, Napoli, SuperPremio, Vittorini, Volponi, Viareggio e naturalmente Strega), direttore del Salone internazionale del libro di Torino, attivo giornalista e opinionista (in particolare su Repubblica), ospite di manifestazioni ed eventi librari, editoriali, gastronomici, turistici… E chissà cosa la vita riserva ancora al suo talento e al suo baresissimo attivismo. Tutto questo indubbiamente sembra differenziarlo da Desiati e, per quello che riguarda i romanzi, avvicinarlo ai romanzi di genere, che ha difeso a spada tratta, arrivando a lanciare un pubblico appello (su Repubblica) agli scrittori di thriller gialli noir e compagnia bella a restare uniti e a difendere a spada tratta le posizioni conquistate.

Però il problema non può essere la citazione dei nomi. Del resto, ormai, si potrebbero fare decine di nomi di scrittori pugliesi pervenuti o aspiranti al successo, dal talento più o meno già espresso. Anzi li voglio fare (chiedendo subito scusa per eventuali dimenticanze): Donato Carrisi, Alfredo De Giovanni, Francesco Dezio, Omar di Monopoli, Vito Introna, Nicky Persico; i giornalisti Antonio Del Giudice, Raffaele Gorgoni, Gianni Spinelli, Enrica Simonetti e Chicca Maralfa; il critico Ettore Catalano; Simona Toma, Cristina Zagaria, Maria Pia Romano, Antonella Caputo, Cinzia Cognetti, Giuseppe Cristaldi, Luciana De Palma, Andrea Donaera, Fulvio Frezza, Zaccaria Gallo, Federico Lotito, Francesca Malerba, Serena Mansueto, Piero Meli, Daniela Palmieri, Giuseppe Scaglione, Florisa Sciannamea, Irene Stolfa, Mariella Strippoli… e poi Rita Lopez, Alessio Viola, Francesco Carofiglio, Marcello Introna!

Quello che conta soprattutto, per me, al di là delle stesse qualità oggettive di questo o di quello, sono i due filoni nei quali i narratori di oggi, anche pugliesi, sono impegnati. Il primo è quello dei romanzi di genere, che va per la maggiore ed è il più generoso di visibilità e riconoscimenti per chi lo frequenta, a cominciare dai capintesta Carofiglio, Lagioia, De Cataldo e Genisi… Il secondo è quello della narrativa letteraria, nel quale il ritmo del racconto e la trama non sono tutto. La narrativa dei giganti del Novecento. Quella del lavoro sulla parola, dei caratteri, delle vicende vere e verosimili e non inventate o paradossali. Quella che descrive, documenta e rispetta lo spirito dei tempi in cui si svolgono storicamente le vicende raccontate, offerte all'attenzione del lettore e quindi tramandate ai posteri. Ebbene, Mario Desiati è un narratore che non insegue generi e mode. Fa narrativa letteraria. È per questo che il premio Strega ha ancora un senso, nonostante il dominio dei grandi editori, che pubblicando e puntando su un Desiati - voglio pensare - è come se si volessero sciacquare la coscienza per i gialli, i noir, i thriller e le inchieste di commissari che pubblicano a getto continuo…

Mè, cià! A lunedì prossimo.